martedì 30 marzo 2010

Ostellino ritorna su Calciopoli.


Da juventinovero.com:

Gli ultimi sviluppi del processo di Napoli fanno discutere. Così abbiamo chiesto a Piero Ostellino, che già in passato ci aveva concesso una gustosissima intervista, di tornare a parlare di Calciopoli e della stampa italiana.

Direttore, abbiamo letto con piacere la Sua intervista su Calciopoli rilasciata a Tuttosport. Le ammissioni di Auricchio in tribunale, riguardo ai pochi riscontri effettuati, e alle fonti con cui si sono accertati i fatti, tra cui spiccava la Gazzetta Dello Sport, hanno sconcertato anche Lei?
Più che sconcertato mi hanno letteralmente scandalizzato, perché il colonnello che aveva il compito di andare a vedere le partite per vedere se fossero truccate, in realtà non ci andava e leggeva i giornali, e quindi come inquirente lascia parecchio a desiderare.
Ma c'è un aspetto ancora più preoccupante: poiché lo stesso colonnello Auricchio... (continua a leggere su juventinovero .com)

lunedì 29 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/16.


La leadership, così come il coraggio, se non ce l'hai nessuno te la può dare. Ecco perché ieri la partita io l'ho vista dal mio solito posto al Comunale. Non avrei nessun problema a disertare lo stadio, specialmente in momenti come quello che in casa nostra dura da qualche anno, anche perché non c'è niente di più semplice. Basta non abbonarsi. Ma a queste condizioni, se mi abbono, entro.
E le condizioni attuali sono quelle in cui si dice di puntare al bersaglio grosso ma poi si insultano (e si "scappellottano") i giocatori. La dirigenza, tutta, e di conseguenza la squadra, sono frutto delle scelte di qualcuno che sta più in alto, e quel qualcuno ha tre nomi e un cognome: John Jacob Philip Elkann.
La retorica della maglia da difendere, che certo non ho inventato io, non può essere una razione K da sgranocchiare solo in caso di necessità. In un momento come questo, sulla squadra dovrebbe calare un silenzio di tomba e nulla più, perché mai come adesso la squadra rappresenta il dito dei nostri problemi, non la luna.
Dichiarare di voler prendere la Bastiglia non basta, tanto più se a dichiararlo sono gli stessi che solo due settimane fa avevano condito Juventus-Siena come segue: riapparizione degli striscioni in curva; cori contro la dirigenza, zero; cori contro Giovanni Filippo Giacobbe, meno di zero. Verso il campo, invece, la margherita del t'amo/non t'amo perdeva petali a più non posso, senza interruzioni, con le solite valanghe di merda per chi sappiamo e le solite ovazioni isteriche per chi sappiamo. Ecco, se per prendere la Bastiglia devo seguire questi leader, io allo stadio entro.
Dice il saggio: "Gli striscioni contro Elkann non li lasciano entrare". Albergo. Con tutti i vaffanculo che ti porti per Cannavaro, vuoi farmi credere che un migliaio per John Elkann non ti avanzerebbero, se solo volessi? E' che la leadership, così come il coraggio, se non ce l'hai nessuno te la può dare.
Ciò che è peggio, piuttosto, è che per poche decine di persone che fino alla Bastiglia ci vorrebbero arrivare, sì, ma solo per raccogliere gli ennesimi avanzi lanciati fuori dalle finestre, ci sono tanti, troppi seguaci pronti a sostenere le idee degli altri senza sapere nemmeno loro il perché o il per come. Chiunque, tra questi, desideri assistere a un futuro della Juventus il più possibile conforme a quello che la storia ci ha cucito addosso per oltre cent'anni, farà meglio a cominciare a far di conto su come potrà essere il nuovo stadio-bomboniera, vero e proprio D-Day del nostro futuro, se a organizzare lo spettacolo che tutti vorremmo vedere saranno ancora il principino pallido dal triplice nome e la sua squadra di mediocri collaboratori multinazionali. Questo, solo questo, è il punto.
Il tempo stringe. I brasiliani, i traditori e i brocchi passeranno. Finanche gli immortali con la claque in stile Valentino Rossi, che ci crediate o no, presto o tardi finiranno di rompere i coglioni con le palettine mentre la nave affonda o, se preferite, di estasiarci alla ricerca del gol numero chi-lo-sa per superare Pippo Inzaghi. Dipende dai punti di vista.
Resterà uno stadio bellissimo da riempire. La vedo dura. Perché andare allo stadio, domani come oggi e come sempre, costerà, e - credetemi - se dallo stadio togli tutti quelli che per entrarci spendono dei soldi (e tanti), lo stadio resta vuoto, senza nemmeno il bisogno di mettersi d'accordo prima.

Il tempo stringe, eccome se stringe. Love Juventus. Hate Elkann.

lunedì 22 marzo 2010

Giovanni Filippo Giacobbe.


Salve, mi chiamo Giovanni. Come mio nonno. Perché quella di appioppare ai nipotini il nome del nonno è un'usanza assai diffusa. Lo fanno i ricchi, lo fanno i medi, lo fanno i poveri.
Io, per esempio, sono ricco. E sono giovane, il che di sicuro segna ancor più punti a mio favore. Sai che forza essere ricchi sfondati a novant'anni. Io invece sono giovane e sono già ricco, ricchissimo. Ho cominciato presto a usmare la vita. Ho studiato all'estero, ho studiato in Italia, ho studiato ovunque. Ho assorbito la linfa del comando fin da piccolo, perché quello era il mio destino. Come me ne nasce uno ogni cent'anni. Più crescevo e più imparavo, più imparavo e più volevo crescere. Insomma, più crescevo e più crescevo. Come le formichine, raccoglievo e accatastavo. Formica, non cicala.
Poi, un giorno, mio nonno è morto e mi ha lasciato qualche miliardo di euro. Per cui la quale, cicale cicale cicale. Io sono giovane e ricco, ricco sfondato. Perché come me ne nasce uno ogni cent'anni.
Salve, mi chiamo Filippo. Cioè, mi chiamo "anche" Filippo. Perché quella di appioppare ai figli più di un nome è un'usanza assai diffusa. Anche questo lo fanno i ricchi, lo fanno i medi, lo fanno i poveri. Tanto i nomi mica costano. E poi, se anche fosse, a me che volete che importi? Ricco come sono, avrei potuto scegliermene un oceano, di nomi. Certo mi sarebbe anche piaciuto avere un sacco di cognomi. La vera nobiltà la riconosci dai cognomi, mica dai nomi. Tipo la Serbelloni Mazzanti Viendalmare, quelle robe lì. Io di cognome ne ho uno solo, che manco c'entra con quello di mio nonno. Così, per non saper né leggere né scrivere, ne ho sposata una, di quelle robe lì.
Salve, mi chiamo Giacobbe. Sì, sono sempre io. Perché quella di appioppare ai figli più di un nome è sì un'usanza assai diffusa, ma mica i nomi si tirano su a sorte. Se sei povero tuo figlio lo chiami J.R., Sue Ellen o Diego, come Maradona. Se sei medio lo chiami come il nonno paterno e la nonna materna e la bisnonna materna o paterna e la zia del nonno materno che è rimasta schiacciata sotto il trattore quando era piccola. Se sei ricco, invece, tuo figlio lo chiami con il nome del tuo faro esistenziale. La tua stella polare. Il mio nome significa "colui che soppianta", ovvero fotte il posto a qualcun altro senza tanti complimenti. Ma io non ho fottuto niente a nessuno. Io sono un predestinato, come me ne nasce uno ogni cent'anni. Non posso essere io quello che soppianta.
E infatti mi chiamo Giacobbe, è vero, ma non per le ragioni che credono i maligni. Io mi chiamo Giacobbe come Sandro Giacobbe. Uno che ha fatto cose per nulla memorabili, diciamo pure mediocri, trenta e più anni fa. Eppure, se provi a chiedere in giro, c'è ancora chi se lo ricorda. Io prigioniero, Gli occhi di tua madre, quelle robe lì. In pratica, gli eponimi della mia vita.

Love Juventus. Hate Elkann.

lunedì 15 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/15.


L'ennesimo pomeriggio di un giorno da (El)cani comincia con lo speaker dello stadio che annuncia l'ordine di arrivo del Gran Premio di Formula 1. L'ovazione è "bicamerale", ovviamente, dalla nord alla sud, così come i fischi per Schumacher arrivato sesto. Tradimento: non sia mai. Viva le rosse di Montezemolo, invece, che il tradimento, lui sì, non sa manco dove stia di casa.
Non c'è verso. Al tifoso juventino non basta nemmeno essere arrivato per la prima volta in cent'anni nella condizione di non avere un futuro, per riuscire a discernere tra "un" passato e "il" passato. Questo in sede lo sanno, eccome se lo sanno, e ci scommetto un incisivo di Grygera che non è un caso che lo speaker dello stadio sia diventato - maledizione a loro, maledizione a noi - la brutta copia di Carlo Zampa. "Per la Juventus ha segnato il suo gol numero trecento... il Nostro Capitano!" eccetera eccetera.
Il mio non è bastiancontrarismo. E' solo che relegare il passato di Alessandro Del Piero - grandissimo, sia chiaro - insieme a quello di tanti altri, e non al rango di Storia della Juventus, dovrebbe essere normale.
Del Piero è una mattone, non la casa. E l'essenza di ciò che scrivo sta tutta in quel pallone che, sul 3-2 e con la squadra in evidente calo fisico, non diventa il più facile degli assist per Trezeguet che probabilmente avrebbe chiuso la partita. No, il Capitano si incaponisce a cercare il gol numero trecentodue, puntando e sbattendo contro a un difensore dell'ultima in classifica come Fantozzi e Filini nella mitica sfida tra scapoli e ammogliati.
Forse sarebbe facile, e anche comodo, puntare il dito contro il terzino destro "che tutto il mondo ci invidia" (sms di un un carissimo amico dopo il primo gol del Siena), e magari anche contro chi lo manda in campo, per spiegare l'ennesima figura di merda di questa ennesima stagione di merda. Ma non ho perso ore e ore di sonno a cercare di capire chi e cosa ci abbiano portati fin qui per giungere alla conclusione che la Juventus dei fuoriclasse, del lavoro, della mentalità vincente, e soprattutto dell'"ognuno stia al proprio posto", la mia Juventus insomma, tutto ciò l'abbia smarrito solo per colpa di qualche mezzo giocatore e dei suoi orrori.
Al limite, giusto per continuare a scomodare i santi, faccio notare una cosa. Quel terzino ceco che tutto il mondo ci invidia venne consigliato alla Triade, poco meno di una decina di anni fa, da un certo Pavel Nedved. Ora, senza volere infierire sul fatto che una dirigenza seria un simile bidone non l'avesse manco preso in considerazione, la domanda è: come ve lo spiegate voi? Tutto scemo, il Drago di Cheb? O mica che Raiola, o chi per lui, ci covasse?
Tant'è che, filosofeggiamenti a parte, alla sostituzione di Del Piero si sfiora la rissa tra juventini seduti nel mio settore. "Non ci dà più". "Che cazzo dici, ne ha fatti due!". Interviene un terzo incomodo, seduto un po' più in là, e ovviamente si rivolge al primo: "Hai già detto abbastanza cazzate, sarà meglio che stai zitto". Fine delle trasmissioni.
Siamo talmente ancorati a certi eroi del recente passato da non riuscire a vedere le ombre lunghissime dentro le quali si sta incamminando il nostro futuro. Tutto questo mentre a Manchester, dopo un 4-0 rifilato al Milan dei Meravigliosi in Champions League e un giusto, giustissimo, ma intenso quanto breve tributo all'ex David Beckam sul prato verde di Old Trafford, sventolano le sciarpe giallo-verdi del Newton Heath per alzare un mulinello di vento e vergogna che possa portarsi via i neo-proprietari americani tutti in Red (in banca) e manco un po' Devils (nel cuore).
Da noi, a Torino, sono tornati gli striscioni, e di petardi in curva nemmeno l'ombra. Bene, anzi benissimo. Si festeggiano i trecentouno gol di Del Piero. Si festeggia il tabellone quando il Palermo va sotto a Udine. Si aspira al quarto posto discettando di tradimenti e samurai.

E di cori contro la dirigenza nemmeno l'ombra. Ecco, questo è male. Anzi malissimo.

venerdì 12 marzo 2010

Che fine ha fatto la Juve?

venerdì 5 marzo 2010

Consigli per gli infedeli.


Ovvero: come sfangare una squalifica sicura.

Le nuove norme anti-bestemmie introdotte dalla Federazione hanno lasciato sul campo di battaglia le prime vittime. Capiamo benissimo che il mondo del calcio non possa essere esente dai princìpi che regolano la convivenza civile in ogni settore, uno dei quali è senza dubbio la scelta delle priorità.
Se il mondo del calcio italiano vive un momento generale non certo tra i migliori della sua lunga storia, gran parte di questo declino è da attribuire allo svacco morale sul quale troppi protagonisti, in campo e fuori, si sono adagiati impunemente da tempo.
Non è tanto un problema di bilanci sfondati, di società - magari decotte da anni - tenute in vita solo grazie alle pressioni politiche esercitate verso i creditori, di regole ad "assetto variabile" a seconda di chi le infrange, di livello tecnico da movimento di serie B e di livello dirigenziale e federale da movimento di serie C. Certo, questi dettagli sono migliorabili, come tutti i dettagli, ma il cuore del problema era e rimane uno soltanto: le bestemmie in campo.
Come sempre pronti a destabilizzare l'ordine costituito, ecco allora che proponiamo ai tesserati del Bel Paese un breve compendio aggira-normativa, ad uso e consumo di chiunque voglia continuare a dare impunemente sfogo alla propria blasfemia. Dai, distruggiamolo il giocattolo, una volta per tutte. Colpendolo al cuore.
All'arbitro che vi mostrerà il meritato cartellino rosso, replicate senza indugio trincerandovi dietro all'accorata difesa di uno - o anche più di uno - dei vostri "credo" esistenziali. Fateli vostri, è gratis.
Ecco alcuni esempi assortiti:
1. Il classico: porco ZIO! Ho detto porco ZIO!
Ovvio che se vi chiamate John e avete ereditato una fortuna dal nonno materno, la cosa risulterà subito più credibile. Comunque ottima in caso di questioni familiari e/o di successione aperte con parenti più o meno stretti.
2. Il filo-americano: porco BIO! Ho detto porco BIO!
Ostentate la vostra passione per il fast food made in USA, ricco di grassi, salse, fritti, bevande gassate e ortaggi OGM, in assoluta antitesi con i cibi biologici in voga nell'agriturismo imperante. Sinceratevi che l'arbitro sia etero, dopodiché, per un risultato certo, potrete anche aggiungere "Sono arrivato in Nazionale a colpi di hamburger e muffin, sa?, altro che carotine, fragoline e biscottini per froci".
3. Trauma infantile: porco MIO! Ho detto porco MIO!
Giustificatevi scaricando tutto su vostra madre, colpevole di avervi ingozzato, dai sei ai dieci anni, di minestrina impastata con il terrificante formaggino quadrato della Nestlè. Fingete di volervi abbassare i calzoncini per mostrare anche uno sfogo cronico sui testicoli - che direte diagnosticato dal pediatra molti anni prima - provocato dall'eccesso di conservanti. Difficilmente il direttore di gara non si accontenterà della vostra spiegazione, lasciando così correre.
4. Nella vecchia fattoria: porco, ADDIO! Ho detto porco, ADDIO!
Qui sarà determinante la dose di talento holllywoodiano che saprete sfoderare, segnatamente facendovi scendere sulle guance, singhiozzando, alcune lacrime di disperazione. "Il maiale che avevo in cortile da anni - direte all'arbitro - è stato inviato al macello comunale dal proprietario della cascina dove abitiamo con i miei figli. Mi ci ero così affezionato, sapesse i bambini poi... gli mancava solo la parola...", e giù a piangere disperato. Non sempre efficace, ma con direttori di gara nati e cresciuti in aperta campagna può avere effetti inaspettati.

Nota: invertendo l'ordine dei fattori, il risultato non cambia. Il porco può stare sia davanti che didietro, e voi gabbate la sanzione. E' matematico.

lunedì 1 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/14.


L'importante è che la creatura cresca a piccoli passi ma costantemente, va ripetendo Zaccheroni da quando è arrivato. Si dà il caso che lo pensasse anche la mamma di Miccoli, quando suo figlio era alto poco più di un metro e frequentava la prima elementare; ma se lo guardi - e ancor più se lo senti parlare -, a trent'anni suonati, ti accorgi subito che sperare, a volte, non serve a nulla.
Non importa se sei un bimbominkia dei forum o un minkiacapitàno di lungo corso: oggi, mi perdonerai, mi rivolgo a te. Uomini e infortuni alla mano, difficilmente il lavoro di Zaccheroni potrà dare qualcosa in più a qualcosa che non esiste. Sebbene per un tempo la Juventus abbia addirittura macinato un po' di gioco, come quasi mai le era capitato quest'anno, alla fine è toccato ai pochi tifosi ospiti presenti al Comunale l'onore di salutare Torino, ancora una volta, sulle note di "Tutti a casa alé" e "Lo scemo non canta più".
Senza spostare di un millimetro l'attenzione dai veri responsabili di questa nuova era a strisce bianconere, vista Juve-Palermo penso sia comunque giusto, per onestà intellettuale, fare tre considerazioni sull'ennesima esperienza horror vissuta in riva al Po.
Diego/1. Dopo la partenza-lampo nella doppia trasferta di Roma - parliamo di sei mesi fa - è diventato sempre più la parodia di se stesso, con picchi di inutilità che ne consiglierebbero l'utilizzo come addobbo da panchina almeno per qualche settimana. Ieri sera, l'ennesima prova insignificante. Saltella e rimbalzella per il campo come l'orsacchiotto del tiro a segno, gioca la palla sempre e solo in orizzontale, non tira mai in porta salvo sporadiche occasioni nelle quali risulta letale come il morso di un centoduenne senza dentiera. Non serve alle punte, rompe le palle ai centrocampisti e manda affanculo i difensori (su questo punto fatevi un nodo al fazzoletto, ci torniamo tra poco).
Del Piero. La storia e la gloria non si discutono, ma parliamoci chiaro: se bastassero per essere immortali Bettega giocherebbe ancora, e - anzi - questi di oggi potrebbero serenamente andare, tutti in blocco, a coltivare fave in Val Varaita. Tre partite in otto giorni, per il Del Piero del 2010 dopo Cristo, sono utili solo a sfregiarne il ricordo di quando scriveva la storia e, se possibile, renderlo patetico, come in effetti è stato contro il Palermo. Mi sono tolto lo sfizio di seguirlo per lunghi tratti, è uno dei pochi vantaggi che ti dà il vedere la partita dal vivo rispetto alla tv. E' bolso, appesantito, prevedibile, e quel che è peggio è che nessuno di questi dubbi sembrano sfiorarlo. Su quest'ultimo aspetto, minkiacapitàni di tutto il mondo, meditate. E meditate bene. Qualcuno deve pure avergli rubato il collo. Cazzo, Del Piero è senza collo. La testa ormai incassata nelle spalle, cammina per il campo come certe punte sovrappeso negli incontri di calcetto tra colleghi di lavoro. Sono pronto a scommettere che non veda l'ora di calcare il campo del nuovo stadio, estate 2011. Qualcuno gli avrebbe dato il benservito nel 2006. Mettete a confronto le due Juventus, di oggi e di allora, e tirate le somme che vi pare.
Diego/2. Contro l'Ajax, giovedì scorso, è uscito dal campo con il muso lungo. Ieri sera, sciogliete pure il nodo al fazzoletto, a Cannavaro che gli intimava di sbrigarsi a uscire dal campo per il cambio, ha detto di andare, appunto, affanculo. Possibile che tra Luciano Moggi e Alessio Secco non esista l'anello di congiunzione tra l'uomo e la scimmia, tra il Direttore perfetto e l'addetto alla cancelleria? E che questo anello di congiunzione, se mai esistesse, non possa essere ingaggiato per occuparsi di mettere un po' d'ordine nello sconquassatissimo spogliatoio della Juventus? Trovatemi un solo caso, nella storia recente della Juventus, in cui lo stesso giocatore si sia permesso di fare lo stupidotto due volte in tre giorni, davanti alle telecamere, per via di una sostituzione. E trovatemi un solo caso, sempre nella storia recente della Juventus, in cui un giocatore bolso e senza collo fosse titolare a dispetto dei santi e, anzi, con il benestare adorante dell'allenatore.

Ecco, bimbiminkia e minkiacapitàni, che per un retropassaggio suicida di Grygera a Manninger avete, come al solito, insultato Cannavaro il reietto. Meditate.

mercoledì 17 febbraio 2010

Che fine ha fatto la Juve? - Il libro di Ju29ro.com


Dopo che Giampiero Mughini l'aveva anticipato in TV era un segreto di Pulcinella, ma finalmente siamo lieti di dare l'annuncio ufficiale: ju29ro.com sbarca nelle librerie, sia in quelle fisiche che nelle virtuali.

"Che fine farà la Juve?" cominciammo a chiederci quasi quattro anni fa, durante l'estate del grande scandalo del calcio, allorché, increduli per le bordate senza possibilità di contraddittorio di giornali e in tv, ci rivolgemmo al web per condividere prima i dubbi, poi le certezze, e infine la rabbia non per Calciopoli o Moggiopoli, ma per Farsopoli, la grande farsa, l’eliminazione di un competitore del sistema per via giudiziaria.
Col passare dei mesi, col trascorrere degli anni, quella domanda iniziale ha iniziato a coniugarsi al passato. "Che fine ha fatto la Juve?".


Il libro è un diario di questi ultimi anni e... (continua a leggere su Ju29ro.com)

lunedì 15 febbraio 2010

Due Trilli da Corso Agnelli / 13


La conferma definitiva mi è arrivata a pochi minuti dall'intervallo, credo fosse il 40' o giù di lì: "Papà, quando finisce il primo tempo?".
In quel momento mi è passata davanti agli occhi tutta la vita. In settimana avevo avuto le prime avvisaglie, quando conversando durante il pranzo mio figlio mi aveva detto che, forse forse, stava pensando di diventare interista pure lui, come quel suo compagno di scuola che "mi ha detto che la Juve perde sempre". Io, non per vantarmi, ero partito benissimo in contropiede, e avrei concluso anche meglio se la mano di mia moglie non mi avesse tappato la bocca prima di trascinare via nostro figlio come le guardie del corpo di un Capo di Stato durante un attentato. "Ah sì? Ma pensa... e tu dì al tuo compagno di chiedere a suo padre cos'ha fatto negli ultimi vent'anni, a parte prendere scoppole a ripetizione, quella grandissima test..."e qui, appunto, sono arrivati il black-out audio e la fuga.
Questione di pochi istanti, gol di Amauri e allarme rientrato. In realtà il Trillino si stava divertendo, solo non vedeva l'ora di andarsene un po' al bar dello stadio per non dover più sentire i botti delle bombe carta lanciate dai tifosi genoani verso la curva nord.
Siccome il tiro al tifoso juventino, evidentemente, non è più solo un'esclusiva della vulgata mediatica secondo la quale siamo diventati la peggio tifoseria d'Italia, staremo a vedere se il biglietto nominativo, le telecamere a circuito chiuso, gli steward, le riprese televisive e le facce da cretini dei grifo-granata con un debole per le miccette sapranno compenetrarsi a dovere sino a dare un nome e un cognome agli idioti aglio e basilico saliti in massa dalla riviera. La coppa Volpe, nel frattempo, io mi permetto di proporla al deficiente che, forse dopo anni e anni passati sui biliardi delle fumose taverne di via Prè, è riuscito a sparare un bengala contro la tettoia dello stadio facendolo rimbalzare a scheggia nello stesso settore dal quale lo aveva lanciato. Un "dai e vai", in pratica, che nemmeno Zebina e Amauri in stato di grazia.
Tra le millecinquecento ragioni per cui vorrei rivedere il simpatico grugno di Antonio Giraudo sul ponte di comando della mia squadra c'è anche la sua vecchia idea secondo la quale, nel nuovo stadio, si sarebbero potuti avere abbonati juventini in ogni settore, e tutti gli altri (gli ospiti) a casa a vedersele in tv. Che tempi, quei tempi; la conferma l'ho avuta al 40', appunto, o giù di lì.
E per concludere, detto di chi non salta Balotelli ma sfascia i seggiolini, passiamo finalmente alle note davvero goderecce. Il secondo rigore inesistente su Alex Del Piero, dopo quello contro la Lazio, lascia l'amaro in bocca. Perché il rigore inesistente, che ha sempre rappresentato la sublimazione orgasmica dei pomeriggi calcistici da quando seguo la Juve, nelle mani di una squadra disperata com'è la nostra di oggi dà una sensazione di incompiutezza, quasi di blasfema dilapidazione. Se vincere rubando è il massimo, rubare senza vincere fa un po' sfigatelli.
Dovendo fare di necessità virtù, dunque, e in attesa di tornare all'antico, accontentiamoci per ora di ammirare e ascoltare le litanie dei Gasperini frignanti. Però è chiaro che non possa bastare.

Guardo Del Piero sul dischetto: tiro, gol. Ok, ma... che fine ha fatto la Juve?

lunedì 1 febbraio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/12.


La partita non era di quelle da prima fascia, sarà per quello che sui seggiolini del Comunale non ho trovato ad attendermi la solita copia del giornale salva-lettiera. In compenso, sui seggiolini, c'era una specie di santino elettorale con su scritto "Se ami la Juve sei contro il razzismo. Fatti sentire". E ancora: "(...) Se durante le prossime partite sentirai cori discriminatori verso culture, religioni, etnie, razze o giocatori di colore fai sentire la tua voce e dimostra di essere juventino (...)".
Le due curve, in questo senso, sono state quasi impeccabili, visto che per tutta la partita gli inviti ad andare dove potete immaginare hanno riguardato la dirigenza, Alessio Secco, Alberto Zaccheroni, Fabio Cannavaro e Felipe Melo. Dico "quasi" impeccabili perché, pur nel totale delirio che sembra avere assalito definitivamente la ex miglior squadra italiana (cit. Christian Rocca), trovo piuttosto cretinoide insultare un allenatore che, fino a prova contraria, ha la sola colpa di avere accettato la proposta di sedere sulla panchina della Juventus - d'accordo, di "questa" Juventus, ma di Juventus si tratta, almeno secondo il Registro delle Imprese - presentandosi con una dignità e un'educazione che nulla hanno da invidiare a quelle mostrate dal suo predecessore Ciro Ferrara fino al giorno prima di ricevere il benservito (da altri, mica da lui.) Il problema, semmai e come sempre, sta appunto in coloro che hanno reso possibile, per non dire tragicomicamente inevitabile, questa situazione a entrambi.
Ma ancora più cretinoidi ho trovato i cori di ispirazione San Patrignanese contro Cannavaro, del quale si può pensare ciò che si vuole in merito ai presunti tradimenti e ripensamenti a cavallo di Calciopoli, ma che, soprattutto alla luce di quanto accadde alla Juventus per sette lunghi anni con il processo doping (in una sorta di prova generale di sentimento popolare di massa in vista dello show finale dell'estate 2006), nella fantasia di un tifoso munito di memoria non dovrebbero trovare cittadinanza nemmeno nel momento più basso della storia bianconera. Sarebbe come contestare le brutte prestazioni della Juve al grido di "sappiamo solo rubare". Al limite, se proprio vogliamo trovare un emblema della metamorfosi raccapricciante da Juventus a Borgorosso Football Club, penso di non offendere nessuno se mi permetto di proporre quella specie di Drag Queen dal passaporto incerto che svolazza là davanti senza beccarla da oltre un anno. Ormai è come una papula fra scroto e interno coscia: invisibile e insopportabile.
Detto questo, ben vengano gli inviti a scomparire per il Trifasico e tutti i suoi fidati collaboratori, inviti che sarebbe giusto e doveroso mantenere vivi a prescindere dai risultati dei prossimi mesi, tra l'altro, visto che di danni penso possano bastare quelli fatti finora per i prossimi cent'anni, a prescindere da cosa accadrà in campo. Sì perché anche ieri sera, ahimè, di ciò che è successo in campo c'è ben poco da dire, e quel che è peggio è che 'sta cosa di andare allo stadio per non vedere nulla, purtroppo, sta diventando la norma. Ci si salva con gli insulti.

A proposito di insulti: prima dell'inizio dell'incontro, in mezzo al campo uno striscione recitava: "Vinciamo insieme la partita contro la lebbra". Meno male che è finita 1-1. Hai visto mai che col Genoa ci chiudevano la curva un'altra volta.

lunedì 25 gennaio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/11.


E' troppo bello, non vedo l'ora che sia domenica prossima.
Ho letto che alcuni sfigati senza orizzonti, dopo aver visto Avatar al cinema e aver preso atto dell'inesistenza di Pandora, sono caduti in depressione. Fidatevi: chi come me, da mesi, si fa due ore al Comunale ogni quindici giorni, a Pandora ci farebbe sì e no un po' di galera. L'estasi è a Torino.
La fede è tutto - come disse un mio amico prima di staccare l'anulare a sua moglie con un trinciapollo e sparire in Thailandia - e io, di fede, ne ho avuta a oltranza. Ma ora ho raggiunto il Nirvana, finalmente sono andato in loop con me stesso, un loop che gira alla velocità della luce nel circuito triangolare che ha per vertici lo stadio della Juve, la sede della Juve e il quartier generale della Casa che vende le ruspe reclamizzate dalle maglie della Juve.
Una volta assimilato tutto questo, ogni cosa di quelle due ore diventa tantrico. Sabato sera, per esempio, non ho nemmeno dovuto attendere di vedere il centro del prato verde illuminato dalle movenze sinuose di Amauri né le corsie esterne solcate dalle lame taglienti come il diamante di Grosso, per entrare in loop.
Mi avvicino al tornello di ingresso con in mano l'abbonamento, la carta d'identità, il portafogli, e i guanti in bocca. Il tipo addetto alle perquisizioni, un ometto di mezza età inequivocabilmente in loop, ma tanto tanto, mi indica col ditino di fermarmi.
Il pensiero che mi attraversa è "cazzo vuole?", ma con i guanti in bocca non riesco a spingermi oltre un "Hò-a-hè?".
Quello mi si avvicina, con un sorrisino da loop che più loop non si può, e mi sussurra - ve lo giuro, potessi morire mentre lo scrivo -: "Sei pulito?".
Non riesco a fare due cose contemporaneamente, è un mio limite, e vi lascio immaginare l'imbarazzo della scelta e il dolore che mi provoca il non sceglierne nessuna, delle risposte che mi vengono in mente in quella frazione di secondo. Ma se gli rispondo, lo so, poi esco dal loop, così lo fisso e basta. Mi sputo i guanti sugli avambracci che oramai sembro una foca del circo, fra abbonamento, carta d'identità, portafogli e a far da tettoia al tutto, appunto, i guanti. Lui fa un dondolino avanti e indietro con il corpo e le manine a mezz'aria, tipo Stenmark al cancelletto di partenza, poi mi palpa la tasca destra del giaccone e fa (ce l'avete presente l'assistente sociale seduto sul letto a casa di Alex, dopo la notte brava dei Drughi in Arancia Meccanica?) : "Sigarette, sì?", e io: "Sigarette, sì.", e lui: "Accendino, no?", e io: "Accendino, no."; lui mi sorride sornione come a dire: "Chi vuoi prendere in giro... e come le accendi le sigarette se non hai l'accendino?"; io gli sorrido sornione come a dire: "Come vuoi che me le accenda le sigarette senza accendino, coglione, con i fuochi fatui della Juventus?". Ma il suo loop è più forte del mio, evidentemente, tant'è che vince lui: "Ok, passa pure". Secondo me è di Chambery.
Poi, una volta dentro, perdiamo di nuovo, ma cosa me ne frega... io sono in loop, e l'appetito vien mangiando. Secondo me, possiamo perderne ancora.

E' troppo bello, non vedo l'ora che sia domenica prossima.

domenica 24 gennaio 2010

24 gennaio.


Ho fin pensato: e se fosse che ogni volta che lui si rivolta nella tomba la Juve perde?

Naaa... ne abbiamo perse troppo poche. Ci dev'essere dell'altro.

venerdì 15 gennaio 2010

Il Negoziatore.


Parma, 14 gennaio 2010.

"Salve"
"Buongiorno... Prego, desidera?"
"Cerchiamo di far presto. C'è nebbia e voglio rientrare prima che faccia buio"
"Cerchiamo di far presto a fare cosa?"
"Il ragazzino: è già pronto?"
"Temo di non capire... Lei chi è, scusi?"
"Piacere, Alessio Secco".
"Ah. E il signore qui chi è?"
"E' il notaio".
"Ah... e cosa deve fare, un rogito?"
"Spiritoso..."
"Compra casa a Parma, signor Secco?"
"Non mi fa ridere, sa? Firmiamo 'sti fogli e facciamola finita. Voglio rientrare prima che faccia buio"
"Quali fogli?"
"Le ho già detto che non mi fa ridere"
"Tu sì però"
"Bella battuta, però adesso basta. Chiudiamo la pratica per Lanzafame e arrivederci"
"Lévati dal cazzo"
"Prego?"
"Ho detto lévati dal cazzo"
"Ah, allora avevo capito bene. Notaio, andiamo"

In auto, di ritorno verso Torino.

"Pronto, Roberto?"
"Eccomi. Tutto a posto?"
"Non hanno voluto darci il ragazzo"
"Cosa?"
"Tranquillo, se ne accorgeranno. Li ho messi sull'attenti che non si sentiva volare una mosca"
"Ma..."
"Scusa ma devo attaccare, c'è una pattuglia. A dopo"

"Non potrebbe almeno comprarsi un auricolare?"
"Ce l'ho l'auricolare, Notaio. Ma l'ho dimenticato in macchina"
"Siamo, in macchina, deficiente"
"Cosa?"
"Deficiente"
"Ah, allora avevo capito bene"
"Ne dubito"
"Lo so benissimo da dove proviene tutto questo livore, glielo leggo negli occhi"
"Guardi la strada, deficiente"
"Era tutto calcolato, sa? Cosa crede? Che sarà mai Lanzafame? Che se lo tengano pure, quei pezzenti"
"Ha saltato l'uscita, deficiente"

lunedì 11 gennaio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/10.


Esonerare Ferrara sarebbe sbagliato per una sola ragione, ovvero perché sancirebbe la vittoriosa conclusione della risibile campagna promossa da Lupo De Lupis Paolo De Paola, l'ex vice direttore della Gazzetta dello Sport ai tempi di Calciopoli e attuale direttore di Tuttosport.
Certo, la scelta di Ferrara è da imputare interamente alla dirigenza incapace di dirigere del duo Jean-Claude Blanc-Alessio Secco e quindi criticabile a prescindere. Ma, proprio per questo, un giornale degno di tale nome dovrebbe avere il coraggio di puntare l'artiglieria pesante contro il bersaglio grosso, anziché lavorare ai fianchi un uomo che, comunque andrà a finire la sua storia, avrà già da fare i conti con una carriera praticamente abortita e bruciata senza mai cominciare.
Il rovescio della medaglia, però, ragionando al di fuori delle edicole, francamente rende impossibile trovare ancora delle giustificazioni e un senso alla permanenza di un allenatore che non è riuscito, nell'arco di sei mesi e di un intero girone di campionato, a dare uno straccio di credibilità alla propria squadra. Oltre al nulla tecnico-tattico, radio cazzi degli altri sostiene che a Vinovo volino spesso e volentieri paroloni e scapaccioni, e questo - più ancora dei pessimi risultati di gioco e classifica - non è uno scenario accettabile.
Vista la mancanza di alternative credibili per l'innesto di una nuova guida a metà gennaio, oltre all'ennesima conferma di essere diventati la nuova Inter che una mossa simile significherebbe, chiedo almeno che la conduzione tecnica della Juventus venga affidata, da qui a maggio, al vice Maddaloni. Liberarmi dai vincoli affettivi che il passato di Ferrara mi impone, infatti, mi darebbe almeno modo di insultare senza freni anche il mister, dato che con Melo e compagnia sono già a buon punto da settimane, davanti a prove indecenti per assistere alle quali ho anche avuto lo stomaco, la scorsa estate, di sborsare quasi quattrocento euro.
In quanto a ieri sera, faccio notare che l'ultima volta che gli Eterni Impuniti (copyright Emilio Cambiaghi) ci avevano rifilato tre pere a zero a Torino, era stato nella primavera del 1991; sulla nostra panchina sedeva Gigi Maifredi, di fronte c'era un Milan che a paragonarlo a questo ci si beccherebbe una denuncia e, nonostante ci sia ancora chi ritiene l'annata 1990/1991 la peggiore della nostra storia recente, allora eravamo - lo ribadisco - a fine stagione. Nel campionato di grazia 2009/2010, al contrario, per aggiornare al ribasso pagine e pagine di record negativi ci sono state sufficienti le prime diciannove partite. Mezzo torneo.
A questo punto viene seriamente da domandarsi a cosa servirà, tra poco più di un anno e mezzo, inaugurare uno degli stadi più chic d'Europa, se a giocarci dentro sarà questa nauseante e patetica creatura che, fino al 2006, portava con un certo orgoglio il nome di Juventus Football Club. Trovare un accordo con il comune di Venaria e Nordiconad per un ampliamento della superficie commerciale, penso, potrebbe essere una buona via d'uscita per evitare di buttare altri cento milioni nel cesso, dopo i circa settantacinque già dati in pasto alla rete fognaria per Amauri, Felipe Melo e Diego.

Insomma, signori dello sfascio, fin che siete in tempo: via quelle tribune, e dentro gli scaffali del detersivo. Per contenere il nulla, uno stadietto piccolo come il Comunale di oggi basta e avanza.

lunedì 28 dicembre 2009

Un inglese, un tedesco e un italiano...


Non c'è niente di più rivelativo del passaggio di Michael Schumacher alla Mercedes per rendere la vera dimensione del fenomeno Luca Cordero di Montezemolo.
Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Fiat e della Ferrari più altre sette-ottomila cariche, carichine e carichette sparse qua e là, è quel portabandiera dell'imprenditoria italica che ha fondato Italia Futura, nata - cito testualmente dal sito web italiafutura.it - per "concorrere a superare il ritardo che l’Italia sta accumulando ogni giorno nei confronti dei principali paesi europei. Un ritardo che non si misura solo negli indicatori economici, ma soprattutto nella difficoltà della politica a disegnare un futuro per il paese".
Uno dei malcostumi tipicamente italiani che la neonata associazione vorrebbe combattere e debellare, tra gli altri, è lo spregio della meritocrazia, cioè il cancro che colpisce e distrugge le ambizioni di chiunque non sia raccomandato o "figlio di".
Ora, già sentire Montezemolo che vorrebbe combattere i privilegi senza virtù dei "figli di", basterebbe di per sé per farci ghignare e contorcere fino a vomitare le tibie. Ma volendo essere più cinici e spietati, per non dire più realistici, a svelare una volta di più il grande bluff che si annida dietro al nobile ciuffo telescopico dal doppio cognome è, appunto, la decisione del sette volte iridato di Formula 1 Michael Schumacher di rientrare nel grande Circus, non già sotto le insegne del cavallino rampante della Ferrari, bensì in compagnia di un altro ex di Maranello - il neo campione del mondo Ross Brawn - e della sua nuova scuderia marchiata con la stella a tre punte e recentemente acquistata dal colosso di Stoccarda.
Secondo indiscrezioni trapelate nelle ultime ore, infatti, l'accordo tra il pilota tedesco e il manager inglese per il passaggio alla Mercedes risalirebbe allo scorso mese di agosto, ovvero ad alcune settimane prima che andasse in scena la commedia del tentato rientro di Schumi alla guida di una monoposto rossa, lasciata vacante da Felipe Massa dopo l'incontro ravvicinato del terzo tipo con la molla (ma dura) sguinzagliata in pista da Rubens Barrichello durante le prove del Gran Premio d'Ungheria.
In quell'occasione Schumacher tenne tutti, Montezemolo in testa, con il fiato sospeso e le campane pronte a suonare a festa, salvo firmare la resa, gettando milioni di appassionati del cavallino nello sconforto, per il dolore al collo che una caduta dalla moto ancora troppo fresca gli provocava ad ogni curva.
E invece no, a quanto pare: la verità nuda e cruda è che in quei giorni le grandi manovre erano già iniziate e, come avrebbe fatto qualsiasi persona di buon senso (a maggior ragione se ricca sfondata e avendo superato i quarant'anni), Schumi aveva deciso che, se ritorno doveva essere, la scelta avrebbe dovuto cadere su persone e mezzi di assoluta eccellenza.
L'icona, il campione pluri-titolato, l'uomo immagine mostrato al popolo come un fedelissimo elemento della grande famiglia ferrarista nei secoli dei secoli, nel momento in cui si è reso conto di avere tutto da perdere e nulla da guadagnare, ha fatto la sua scelta. All'omino con il ciuffo, che non ha fatto mancare il suo commento risentito alla vicenda, non dev' essere sembrato vero di tornare alla normalità. Quella normalità che per lui, finché l'Avvocato fu in vita, aveva significato quasi sempre mezze figure e fragorosi fallimenti; dalle bordate di Romiti per quella storiaccia che lo portò alla Cinzano (QUI), all'organizzazione dei mondiali di Italia '90 (con costi esorbitanti e sprechi di denaro pubblico per stadi mediocri, alcuni dei quali già obsoleti il giorno dopo averne terminato restyling miliardari), fino alla gestione della Juventus nel 1990-1991, non a caso drammaticamente analoga a quella odierna nel suo mix di incompetenze, risultati sconcertanti e autentici patrimoni buttati alle ortiche.
Sui blog e sui forum di Formula 1 adesso è tutto un insulto al traditore, al mercenario che si è rimangiato la parola data per mettersi con i nemici giurati tedeschi. E tu chiamalo scemo!, mi verrebbe da dire, uno che ha preferito una Mercedes a una Fiat. Ma il punto, ve l'ho detto, non è questo.
Il punto è che chi scrive quelle cose, forse, aveva creduto davvero alle storielle divertenti dove tra un inglese, un tedesco e un italiano la figura dei coglioni la facevano sempre i primi due. Che noi italiani, si dice, a tirarci fuori dai guai con scaltrezza e talento non siamo secondi a nessuno.

Certo, se c'è papà a darci una mano. E nelle barzellette.

venerdì 18 dicembre 2009

Prossimamente su Ju29ro.com.


Dopo la docu-fiction de La7 su Calciopoli, raro esempio di obiettività e rispetto dei princìpi di uno Stato di Diritto, Ju29ro.com non poteva lasciare che il lavoro svolto con tanta perizia dalla rete televisiva di proprietà della Telecom rimanesse a metà, senza il coraggio di andare fino in fondo che un giornalismo serio e scrupoloso non dovrebbe mai negarsi.
Anche noi, dunque, così come hanno fatto Repubblica, Sky e la maggior parte dei media più garantisti del paese, presentiamo il promo della contro-docu-fiction che, come un pugno nello stomaco, vi lascerà senza fiato con il solo reflusso della peperonata di zia Fucilata a tenervi compagnia.

Mettete a letto i bambini: presto le vostre paure potrebbero diventare una vera, devastante, letale ossessione.

mercoledì 16 dicembre 2009

La Vispa Pirosa.


E così, ovviamente senza alcun secondo fine ma curiosamente all'indomani della prima sentenza del tribunale di Napoli sui fatti di Calciopoli, ieri sera è andata onda su La7 la docu-fiction (un neologismo che farà impazzire Lapi e Briatori di tutto il mondo) sul più grande scandalo del calcio che l'Italia abbia mai vissuto, se escludiamo le campagne acquisti della Juventus dal 2006 a oggi.
Questa operazione, di pessimo gusto e degna di una civiltà preistorica, mi solletica alcune riflessioni, per quanto possano valere delle riflessioni in un paese come questo. Un paese dove, tra le altre cose, se la versione demonìaca di Forrest Gump spacca la faccia al Presidente del Consiglio al termine di un comizio, immediatamente esplodono le due curve (quella del centro-destra e quella del centro-sinistra) per rimbalzarsi a suon di insulti e minacce più o meno velate l'accusa di aver fomentato la parte avversa con parole e comportamenti irresponsabili.
Antonello Piroso, direttore del tg di LA7, oltre a godere di una grande fama di intenditore di docu-figa è il prototipo del giornalista impegnato, senza peli sulla lingua, sensibile, bello, elegante e interista. Uno che, durante lo speciale che dedicò alla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora nel 2008, nel raccontare il calvario del compianto telegiornalista e ideatore di Portobello, a un certo punto non ce la fece più e scoppiò in lacrime davanti alla platea plaudente.
Ma la fede calcistica, inutile negarlo, è come il lato A di un trans senza mutande: ti confonde le idee. Così, nonostante il processo - del quale questa sceneggiata vorrebbe essere il documento storico - sia in corso di svolgimento e manco ancora giunto a sentenza di primo grado (ripeto: di primo grado), il lacrimevole Piroso si è imbattuto improvvisamente nella terribile sindrome di Sjögren, tanto da permettere e promuovere sulla rete televisiva di proprietà della Telecom (a proposito: a quando la docu-fiction su Tronchetti, Buora, Tavaroli e Adamo Bove?) un processo, più processo del vero processo, ai responsabili delle sue interminabili domeniche pomeriggio passate a dover sopportare l'onta dello sconforto dei suoi beniamini frodati. Gente del calibro di Pistone, Manicone, Centofanti, Vampeta, Galante e Colonnese, tanto per citarne sei fra i migliori su circa millecinquecento.
Nella speranza che i diretti interessati provvedano a querelare senza esitazioni i responsabili di questo esempio di inciviltà a mezzo TV, voglio ricordare cosa disse Antonello Piroso la sera del 1 aprile 2008, sempre su La7, durante una puntata di NDP dedicata al ricordo della tragedia dello stadio Heysel. Ospiti in studio, un sopravvissuto di quella notte a Bruxelles, il tifoso juventino Nereo Ferlat, e il portiere della Juventus di allora Stefano Tacconi.
Disse Piroso: "L'immagine di voi giocatori che esibite la Coppa ai tifosi è una delle immagini più indecenti dello sport; le dirò di più, ma glielo dico spassionatamente, mi creda, quella coppa non dovrebbe nemmeno comparire nell'annuario (sic) della Juventus. Quella coppa andrebbe riconsegnata". Applausi a scena aperta in studio.
A quel punto Tacconi replicò che, a suo avviso, fu certamente un errore festeggiare la vittoria al termine dell'incontro, ma che quella coppa fu giusto ritirarla, anche per dedicarla proprio alla memoria di coloro che persero la vita nella follia di quella notte maledetta.
Piroso, visibilmente seccato, passò allora la parola a Ferlat, rivolgendogli la stessa domanda. Ferlat rispose così: "Concordo con Tacconi. Lui fu il migliore in campo, quella sera, e se avesse vinto il Liverpool, nell'Italia dei comuni e delle signorie avrebbero fatto festa tutti gli anti-juventini; e quei trentanove morti sarebbero stati lo stesso oltraggiati".
Conclusione di Piroso: "Già il fatto che ne stiamo discutendo è sintomatico di come vengano concepiti i fatti di sport, cioè le tifoserie, l'anti-tifoseria, gli juventini, gli anti-juventini... i morti sono morti".
Ecco, appunto. Esattamente come gli imputati sono innocenti, fino a prova (e sentenza definitiva) contraria.
Chissà se il buon Piroso saprà mai ritrovare le lacrime perdute, insieme a un po' di equilibrio. Per come la vedo io, sarà dura.

Che Dio (e la Durex) gli preservino almeno la docu-figa.

domenica 13 dicembre 2009

E la nave va (affanculo).


L'avete sentito il Clouseau dei poveri su Sky?
Ha detto che va tutto bene così.
Che lui è in grado di prendere le decisioni da solo.
Che se sarà il caso di migliorare, lo si farà a tempo debito.
Non vorrei sbagliarmi ma, mentre parlava, mi è parso addirittura di sentire in sottofondo l'orchestrina che suonava allegramente una musichetta. Quella della Champions League non mi pare che la fosse.

Che voi sappiate: ne esiste una per il campionato, di musichetta?

*Nel filmato: la Juventus dello Smile punta dritto verso il prossimo obiettivo.

martedì 8 dicembre 2009

Missione compiuta.


08.12.2009 - Ferrara: "Contro il Bayern sarà una finale". Dunque, vediamo un po'.

Belgrado 1973: Juve discreta, ma quell'Ajax era un concentrato di marziani. Partimmo sfavoriti, e perdemmo.

Atene 1983: Juve tra le più forti della storia, sei campioni del mondo più Bettega, Platini e Boniek. Partimmo stra-favoriti, e perdemmo.

Bruxelles 1985: Juve ottima, Liverpool campione uscente. Partimmo alla pari, persero tutti.

Roma 1996:

Juve ottima, Ajax campione uscente. Partimmo alla pari, dopo 120 interminabili minuti il destino si assentò per andare a pisciare. Vincemmo ai rigori.

Monaco 1997: Juve campione d'Europa e del Mondo in carica, Borussia Dortmund formato da nostri scarti in età pensionabile. Partimmo stra-favoriti, e perdemmo.

Amsterdam 1998: Juve alla terza finale consecutiva, Real Madrid alla prima finale dopo 17 anni (1981, sconfitta contro il Liverpool; l'ultima vittoria risaliva a trentadue anni prima, 1966). Partimmo favoriti, e perdemmo.

Manchester 2003: Juve ottima, Milan con maggiore tradizione in Coppa dei Campioni ma, seppure all'inizio del ciclo Ancelotti, non irresistibile. Partimmo alla pari, e perdemmo.

Nulla da eccepire, Ciro. Sei stato di parola.

domenica 6 dicembre 2009

Un Trillo da Corso Agnelli/8.


Che discorsi, ovvio che mi sia divertito. Come fai a non divertirti se Buffon, invece di mostrare il solito kit composto da sorriso inespressivo misto a pollice in su alla Fonzie e occhiolino intermittente, si butta a pesce in una maxi-rissa degna del campionato boliviano mulinando le braccia come un personaggio di Tekken 6 in preda al crack.
E che dire dello Specialone, spedito dall'arbitro ad aspettare la squadra sul pullman dopo venti minuti, come se schierare due pippe come Lucio e Chivu nella stessa difesa fosse colpa di Saccani.
Perché con quelli là, nonostante l'indubbia differenza di valori tecnici e tutti i limiti della Juventus di oggi, in un modo o nell'altro l'essenza delle rispettive storie viene fuori, vuole comunque dire la sua, e a quel punto non ci sono cartoni che tengano. La figura del pirla finisce per farla chi wannabe ci è nato, non chi lo è diventato giocoforza.
Non li vedevo dal vivo, i wannabe, da quando arrivarono a Torino, come sempre, per farcela pagare una volta per tutte, ognuno con in tasca la lista dei torti subiti per anni. In panchina c'era ancora Ancelotti e vincemmo noi, pur giocando in dieci per oltre mezz'ora della ripresa per l'espulsione di Van Der Sar. Da allora, solo in tv; ma il copione non cambiava mai.
Ieri in dieci ci abbiamo giocato solo per qualche minuto più il recupero finale, grazie al solito buttafuori mancato Felipe Melo cascato come un pollo nel tranello del filosofo mancato Mario Balotelli (a proposito, chi non muore si rivede), e bisogna ammettere che se il d.s della Fiorentina Corvino fosse un uomo giusto, per Natale dovrebbe spedire alla biade del tre più uno Blanc&Secco perlomeno un paio di Rolex (Rosella stia serena, ho detto solo un paio: suo papà aveva ben altra classe).
Invocare la prova tv per andare a rivedere nei dettagli il tafferuglio finale sarebbe da interisti, lo ammetto, ma che dalla più grande invasione via terra della storia (dopo quella, epica, dell'aprile 1998, stesso esercito di conquistadores, stesso esito) esca fuori la miseria di un cartellino giallo al simulatore oppresso e null'altro, non rende merito allo spiegamento di uomini e agli sforzi profusi con tanto impegno dalle truppe del comandante in seconda Beppe Baresi.
Si vocifera della miseria di due rigori negati ai campioni dei tre saggi per "qualità etiche e morali". Solo due. Che non siamo più noi, purtroppo, lo capisce anche da questi piccoli dettagli.
Capitolo cori e tifosi. Pochissimi e prontamente condannati dai fischi di tutto lo stadio quelli brutali rivolti a Balotelli, divenuti celebri la sera di Juve-Udinese e spacciati per razzisti con colpevole malafede dai media; decisamente di più quelli, condivisibili o meno, sulle qualità umane del numero 45 nerassùrro. Può darsi poi che la quantità di bengala e petardi esplosa nelle due curve dai tifosi della Juve sia stata un compromesso scemo per far pagare dazio alla società senza pagarne loro, ma qui vorrei fare un appunto. Le luci rosse dei fumogeni, a parte rendere invisibili i primi cinque minuti di partita, mi hanno riportato indietro di qualche anno e colpevolmente ammetto, non me ne vogliate, di averli addirittura apprezzati. Quei mega petardoni, invece, che hanno fatto sobbalzare a più riprese il bambino seduto davanti a me e con lui tutti gli altri bambini presenti allo stadio, sarebbero molto più al sicuro nel deretano di chi li accende. Anche spenti, al limite.
Capitolo Marchisio. Minchia che gol. Miracolato di Calciopoli o no, è comunque un prodotto davvero notevole dell'ex vivaio della Juventus. Troppo poco per ripartire, forse, ma abbastanza gobbo per farti godere in una sera così.

E contro quelli là - lo dicono i fatti, lo dice la storia - anche uno solo come lui basta e avanza.