lunedì 18 ottobre 2010

22.10.2010 - Ju29ro a Roma.

giovedì 27 maggio 2010

Un Trillo dagli U.S.A.


Sì, col cazzo. Trecentonovanta euro di abbonamento, che se non fossimo stati in due a dividerci le spese di autostrada e gasolio mia moglie mi starebbe rincorrendo per i campi con il randello in mano ancora adesso. Della tournée in America ho solo letto lo score finale, ovvio, una volta di più orgoglioso come si può essere orgogliosi della Juve più laida degli ultimi cinquant'anni. Anzi, del laidume, spacciato per Juventus, più laido di sempre.
Dopo averle prese da chiunque nel vecchio continente, i Blanconeri Ridens hanno esportato il modello anche dall'altra parte dell'oceano (Atlantico, non Elkann). Tre pere dai Red Bulls (che ci hanno messo le ali, ma non proprio sulle spalle) e una dalla Fiorentina, che non essendo riuscita a vincere né a Torino né a Firenze - impresa riuscita a pochi, quest'anno -, per suonarcele ha scelto il Canada.
Più che le cascate del Niagara, sullo sfondo dell'immagine da gita a Lourdes qui sopra, come pro-memoria indelebile di questa stagione indecorosa sarebbe stato più adatto il Vajont. Ma tant'è. Un po' di dollari degli immigrati, in cambio di una prova live di cosa fosse diventata la Juve, forse, non erano da buttare.
A mitigare lo sfascio quadriennale che ci lasciamo alle spalle, se non altro, l'epurazione di massa che senza troppa pubblicità sta avvenendo a Torino. Dice il saggio: "Che bilancio vuoi fare, se tutto ciò su cui lavorare è ancora un foglio bianco?". Certo, l'obiezione è pertinente, a maggior ragione se pensi che non è nelle tue corde chiacchierare, mai, non lo è mai stato. Men che meno sotto l'ombrellone. Ma quattro anni di (indi)gestione BlancElkanniana, oltre a sfasciare la Juve da dentro, hanno costretto noi juventini non più a cercare, ma a contare i peli nell'uovo che non c'è più.
E allora mi armo di pazienza e di speranza, non c'è dubbio, ma noto con piacere che tra ciò che si è concluso con il viaggio in America e ciò che è cominciato con l'insediamento (parziale) della nuova dirigenza, la differenza c'è, ed è abnorme.
I pissi-pissi di mercato, per dirne una, non provengono più da Corso Galfer come accadeva ultimamente (Amauri e Diego trattati per mesi sulle pagine dei giornali con aggiornamenti simili a un bollettino medico da parte di Cobolli Gigli). Non credo di sbagliarmi se penso che Andrea Agnelli e Beppe Marotta stiano lavorando a testa bassa, ventiquattr'ore su ventiquattro, per rifondare non solo una squadra, ma prima di tutto una società. Eppure nessuno pontifica, nessuno ammicca, nessuno emette alcun bollettino. Sono semplicemente, quelli che leggiamo, com'è giusto, numeri casuali usciti dalla roulette dei giornali. Un piccolo, ma non troppo, ritorno a quella normalità evocata da Vincenzo Chiarenza durante la presentazione del nostro libro a Torino, lo scorso 14 maggio.
Chiariamoci: per il futuro, tra Palombo e Iniesta propenderei leggerissimamente per il secondo, ma non è questo il punto. Ridateci la Juve, innanzitutto; ridateci il terreno sul quale gli eventuali juventini del futuro possano attecchire. Poi ne riparliamo.
Lavorare e stare in silenzio era un'altra delle regole d'oro della Juventus. Da sempre. Gianluigi Buffon, nove anni di Juventus, di cui cinque normali, dopo la finale di Madrid ha avuto il becco di dire che "dobbiamo prendere esempio dall'Inter". Uno che ha capito tutto. E io che pensavo non capisse niente.

Ritorniamo alla normalità. Monetizzare, please.

lunedì 10 maggio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli / The End.


Degno finale di una stagione indegna, quello di ieri. Per l'ultima volta ho posato il mio regale fondoschiena sul seggiolino del fu stadio Comunale, dove a sei anni feci il mio esordio e dove da oggi, che ho passato i quaranta, spero di non mettere piede mai più nella vita.
Ad accoglierci, noi masochisti della frequenza obbligatoria, una sciarpa della Juve con il marchio New Holland, ben sigillata nel cellophane. Memorabilia imperitura di quel matrimonio riparatore avvenuto tre anni fa, quando già si intuivano il talento di Blanc nel trovare sponsor altamente remunerativi e quello del suo capo nel cercare consensi concedendo alla plebe qualche boccone marcio dopo averla ridotta alla fame.
L'epitaffio - pardon, il messaggio di commiato - sui volantini dei produttori di ruspe e trattori più ridarelli del mondo è a dir poco lassativo: "Tre anni di sport e passione vissuti insieme". Certo, soprattutto di passione. Roba che se la racconti a Gesù Cristo quello ripensa alla sua, di passione, e quasi si scusa con te per aver creato tutto quell'allarme per così poco, circa duemila anni fa.
Ad accogliere l'ultima domenica torinese della ex Signora, oggi sciatta e chiatta come non mai, c'è stata pure la dicotomia tra due curve forse mai così distanti come ieri. Da una parte la sud, agli occhi di un osservatore esterno quasi impacciata, come spiazzata dall'improvviso quanto auspicabile cambio di interlocutori che l'arrivo di Andrea Agnelli alla presidenza porterà con sé; un sostegno alla squadra tutto sommato apprezzabile, quello della sud, con tanto di coloriti saluti finali alle sciagure dirigenziali ben rappresentate da Jean Claude Blanc & soci nel dopo Calciopoli.
Dall'altra parte la nord, protagonista di una gazzarra a base di lanci di bombe carta degna di un Master del MIT per imbecilli prodigio. Oltre che per i record negativi stabiliti sul campo dalla Juve, quest'anno passerà alla storia anche per la "quasi sospensione" di una partita in corso dovuta alle intemperanze dei tifosi. La prossima estate probabilmente, per la seconda volta negli ultimi quattro anni, la Juventus inizierà il proprio campionato con il campo squalificato. E stavolta, udite udite, non sarà per colpa di Moggi.
La partita, come quasi sempre in questa stagione, ha avuto nulla da dire. L'ultima di campionato allo stadio, almeno per me, era sempre stata una giornata da farfalle nello stomaco. Vuoi per lo scudetto da festeggiare, vuoi per l'emozione di sapere che questo o quello con la nostra maglia addosso non li avresti più rivisti, o vuoi magari per tutt'e due le cose insieme. Ieri non sapevi se essere contento perché era finita, come a naja, o cosa.
Io, mentre veniva giù tutta quell'acqua, pensavo che di ultime così nel mese di maggio ne capitano poche, e in quello stadio l'ultima volta che era piovuto così era successo che a dirci addio era stato Michel Platini. Poi, in mezzo a quei pensieri, Del Piero fa 304 celebrato dalle t-shirt delle sue Winx e dei suoi Power Rangers lassù nel suo palchetto, il "nostro" Lanzafame ce ne fa due da dedicare a Secco Alessio che a gennaio non era manco stato capace di riprendersi ciò che era nostro, e io, che ancora sto lumando quel tipetto con la "10" fuori dalle braghe che imbocca a testa bassa il tunnel sotto la Filadelfia, mi domando se per noi , a questo punto, gli anni di Magrin e Zavarov saranno i prossimi oppure - bontà divina - dopo tanta espiazione di Cobolliana ispirazione possiamo far valere quelli appena trascorsi.

Riflessione finale: se domenica prossima tutto finirà come sembra, l'Inter ci avrà recuperato sette scudetti in quattro anni. E poi c'è chi dice che la matematica non sia un'opinione.

lunedì 26 aprile 2010

Calciopoli in dieci minuti.



Questa telefonata tra Luciano Moggi e il compianto giornalista Giorgio Tosatti è sul sito (e sul canale YouTube) di Juventinovero.com da venerdì scorso, ma nessun organo di informazione, finora, ha ritenuto di doverla riprendere.
Certo, i tentativi di seduzione di Alessandro Moggi nei confronti di Ilaria D'Amico, regolarmente finiti in pasto alle comari tricolori dell'Italia liberata, contenevano elementi ben più sostanziosi per spiegare al grande pubblico il perché e il per come di ciò che stava accadendo in quell'estate scandalosa e scandalizzata.
Vorremmo solo, stando così le cose, che quegli stessi organi di informazione - seppur totalmente privi della materia prima che dovrebbe costituirne il corpo, la sostanza, ovvero i giornalisti, al punto da averne delegato i compiti di base a dei perfetti dilettanti come noi - sostituissero i loro anatemi contro chi, come noi, ritiene quella di Calciopoli una verità fasulla e ancora tutta da scoprire, con un dignitoso silenzio.

E buon ascolto, in particolare al minuto 7:15.

Un Trillo da Corso Agnelli/18.


Dice un mio amico juventino che se Camoranesi fosse impiegato al catasto farebbe dai nove ai dieci mesi di mutua all'anno, e quello visto ieri a Torino, in effetti, non fa che confermare la sua teoria. Così come lo spintone dato dall'oriundo con la coda al guardalinee per una decisione non gradita, quando ancora mancava un'ora al termine della gara, non fa che confermare la teoria di molti juventini come noi, impermeabili alle mode, teoria secondo la quale non è soltanto il Luciano Moggi uomo-mercato a mancare alla Juventus odierna, quanto piuttosto il dirigente capace, anni fa, di far chiudere il cancello in faccia al procuratore che pensava di accompagnare Maurino con l'auto fin sotto l'albergo del ritiro estivo dove si era presentato in ritardo, invitandolo amorevolmente, il Maurino, a raccattare le valigie e farsela a piedi senza fiatare.
Purtroppo ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora, e l'unico a riportare indietro per un istante le lancette dell'orologio, oggi, anzi ieri, è un signore dall'accento veneto vicino a me, mentre ci allontaniamo dallo stadio per tornarcene a casa. Camoranesi spunta dalla pancia del Comunale al volante di una Porsche Cayenne, il sorriso stampato in volto e la manina a tergicristallo per salutare i passanti. Il signore dall'accento veneto lo copre di elogi, dei quali non posso riferire il contenuto se non di quello più rassicurante con il quale apre la sua personale rassegna: "Che cazzo hai da ridere, coglione?".
A voler essere pignoli, aggiungo, anche se Tuttosport ha come sempre già trovato le soluzioni, oltre a un direttore generale vecchia maniera servirebbe anche un allenatore capace di spiegare al nostro Nino sui generis che sì, è vero che un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia. Ma altruismo, a volte, può anche significare non aver paura di lasciarlo tirare a chi se l'è guadagnato, il calcio di rigore, e pazienza se la palettina col trecento e fischia verrà buona per un'altra volta. In questa Juve di polpa da addentare ormai non ce n'è più, sarebbe l'ora di provare ad allargare i propri orizzonti, o no? Così, nel caso un allenatore vecchio stampo dovesse arrivare davvero. Visto che persino la curva, ieri, ha finalmente rotto gli indugi nei confronti dell'erede "disegnato" sbattendogli in faccia il conto della vergogna e delle umiliazioni che, con quella Juve là, nessuno di noi avrebbe mai dovuto pagare.

P.S. Dalla nord, per la serie "non facciamoci mancare niente", è sbucato un edificante "25 aprile: la festa degli infami". Per mero calcolo statistico, anche volendone ottimisticamente attribuire la paternità a pochi elementi, è comunque facile pensare che ieri, da qualche parte nell'universo, più di un nonno di quei ragazzi si sia rammaricato per non essersi fatto un nodo al cazzo, quando ancora era in tempo per farlo.

Poi, almeno, non dite che ce l'hanno con voi.

martedì 20 aprile 2010

Stella stellina.


Il giorno che il Pres-addì-diggì Blanc tirò quel cassetto maledetto per estrarne il progetto stadio ideato da altri e farlo proprio, avrà mai pensato che sarebbe potuto finire tutto in vacca?
Chissà, magari propettive e sogni, in quel momento, erano davvero eccitanti per il delfino francese del delfino italiano, come lo erano già stati il futuro e l'eldorado sociale per i protagonisti del sessantotto. Peccato che poi, il sessantotto, ci avrebbe lasciato Paolo Liguori. E le prospettive per il nuovo stadio, manco quello.
Oltre a navigare a vista alla ricerca di quegli sponsor che fino a qualche anno fa si sarebbero azzuffati per appiccicare il proprio logo sulla nostra divisa ufficiale, ora la task force commerciale della Newentus parrebbe intenzionata a dotare i settori della futura casa dei bianconeri di tante stellette, con relativo nome e cognome, quanti sono stati i Campioni con la "C" maiuscola che ne hanno vestito la maglia nei suoi oltre cent'anni di gloriosa esistenza.
Innanzitutto l'idea: granata che più granata non si può. Perfettamente in linea con la filosofia torinista la quale, priva di ragioni decenti per guardare avanti, da circa sessant'anni guarda indietro, smadonnando con il destino per tutto ciò che, senza Superga, avrebbe potuto essere ma non fu. Più il Filadelfia, la grinta, il tremendismo, Puliciclone, i gemelli del gol, la zona champagne di Gigi Radice, il vivaio più florido d'Italia e la Maratona col numero 12 che, boia faus!, "intanto nei derby del tifo non c'è mai partita".
Oltre all'idea, le conseguenze. Perché le cattive idee, più di quelle buone, portano sempre a delle conseguenze. Secondo Tuttosport, che ha ripreso la notizia dal sito più ridarello che ci sia - Juventus.com, nell'esclusiva area riservata ai Members - , " i cinquanta campioni scelti daranno il nome ad altret­tante zone in cui sarà sud­diviso il nuovo stadio, ca­ratterizzate da stelle gi­ganti a loro dedicate. E i tifosi potranno acquistare una piastrella, nell’area del campione preferito, la­sciando il proprio nome im­presso indelebilmente nel­la casa della Juventus".
Ora, dopo anni trascorsi a vedere le sgroppate di De Ceglie e gli eurogol di Amauri, come se non bastasse, ce lo vedete voi un tifoso della Juve che si compra una piastrella nell'area dedicata a Zibì Boniek per metterci la firma? Secondo me, ben che vada, e ammesso che il colore si abbini ai sanitari, la piastrella quel tifoso la stacca dalla parete nottetempo e se la porta a casa per decorarci il cesso.
Io farei così: se proprio è necessario celebrare il passato per anestetizzare i tifosi dal supplizio di non avere un futuro, allora rendiamo onore, per coerenza, anche ai fautori del nostro radioso presente. Se ci state, dico a voi dell'area commerciale, io di piastrelle me ne faccio almeno tre: quella di Zaccone, quella di Montezemolo e quella di John Elkann.

Non è grandeur, la mia, mica sono francese. E' che ho i doppi servizi.

venerdì 16 aprile 2010

Dolci e severi.



Moggi, la combriccola romana, più varie ed eventuali.

Così, a occhio e croce, la Cupola di 'sto cazzo.

mercoledì 14 aprile 2010

Dolcezza e severità.


Chi solo pochi mesi fa si era permesso di dare del deficiente a un nostro redattore che, durante la presentazione del libro di Paolo Bergamo Sono morto una notte di luglio, gli aveva ricordato dei contatti di suo padre con l'arbitro Nucini, è tornato a parlare.
L'udienza di ieri a Napoli passerà alla storia come quella in cui la difesa di Luciano Moggi ha chiesto e ottenuto di fare entrare nel dibattimento su Calciopoli le decine e decine di telefonate "scomparse", quelle in cui suo padre, e certamente non solo lui, banchettavano telefonicamente sulle griglie degli arbitri manco fossero a Pasquetta.
Lui è Gianfelice Facchetti (a sinistra nella foto), e a scanso di equivoci facciamo subito una premessa: la difesa di suo padre - più che della sua memoria - è assolutamente comprensibile e umanamente sacrosanta, oltre ad essere un suo pieno diritto.
Ciò che stona, semmai, è che Massimo Moratti, forse più preoccupato del Cip6 che del Cipe, dopo averne tessuto le lodi definendolo dolce e severo nella sua incapacità di prestarsi a sondare la riserva dell'A.I.A. per stanare qualche arbitro amico, in realtà lo avesse lasciato diventare, se non trasformato con una regolare investitura, in una sorta di Meani nerazzurro. Ciò che stona, è che il presidente figlio d'arte Moratti non abbia avuto remore nel mandare avanti Facchetti a metterci la faccia (e la voce). Su questo dato oggettivo, credo, il figlio di Giacinto Facchetti farebbe bene a porsi qualche domanda, prima ancora di voler dare delle risposte.
La Gazzetta - e chi sennò? -, da parte sua, non ha perso tempo a porgere un pulpito istantaneo per dare voce allo sdegno di Facchetti jr., per quella che l'avvocato Trofino ha definito ieri "la madre di tutte le telefonate".
Certo quattro anni fa una conversazione del genere che avesse avuto per protagonisti Bergamo e Moggi, anziché Bergamo e Facchetti, come minimo sarebbe stata commentata sulle prime pagine dei giornali da Marione della curva sud e Franco Zeffirelli. Oggi no, oggi non interessa più cosa si dicessero quei due al telefono. Oggi, forse affranti per gli eccessi forcaioli di allora, i Palombi, gli espertoni dello scandalo e i figli dei diretti interessati fanno l'analisi logica delle frasi, come se non sapessero che in quella telefonata, a pronunciare il nome di Collina, del numero 1, è sì Bergamo, solo che il giorno prima lo stesso Giacinto, quello che non telefonava solo ai designatori ma anche agli arbitri, esortava Mazzei - anche lì dolce e severo, ci mancherebbe - a taroccare un sorteggio e chiesto con ventiquattr'ore di anticipo i nomi dei guardalinee di Inter-Juventus.
La differenza di oggi, rispetto al 2006, è che ci sono i rompicoglioni come noi, e non solo, a vigilare sulla disinformazione più sfrenata di chi ha pensato, e pensa ancora, che il prezzo dei propri sogni possa passare anche attraverso la distruzione incondizionata di quelli degli altri. Quella filosofia del fine che giustifica i mezzi che ci hanno rinfacciato per anni, cavalcata come una baldracca brandendo la morale e l'onestà come caratteristiche innate in se stessi manco fossero, la morale e l'onesta, le pupille dilatate durante un orgasmo.
La partita è tutt'altro che chiusa. E come dico da sempre, al rispetto per i morti preferisco di gran lunga il rispetto dei vivi per i vivi.

Che l'arbitro dia il fischio d'inizio, dunque. Collina o chi vi pare.

martedì 13 aprile 2010

Buona giornata, fra il dolce e il severo.


Oggi a Napoli si svolge la prima udienza del processo Calciopoli da quando sono miracolosamente emerse le intercettazioni degli Onesti che "non-telefonavano-piaccia-o-no-alle-difese-degli-imputati", come disse il p.m. Narducci durante la requisitoria per i riti abbreviati dello scorso dicembre.

Per seguire la diretta da Ju29ro.com, clicca QUI.

giovedì 8 aprile 2010

L'orsetto è tornato.


Juventus.com, 7 aprile 2010:
Processo di Napoli: nota della società.
Nel pieno rispetto delle attività riguardanti processi in corso, la Juventus valuterà attentamente con i suoi legali l’eventuale rilevanza di nuove prove introdotte nel procedimento in atto a Napoli al fine di garantire, in ogni sede sportiva e non, e come sempre ha fatto, la più accurata tutela della sua storia e dei suoi tifosi. Juventus confida che le istituzioni e gli organi di giustizia sapranno assicurare parità di trattamento per tutti, come d’altronde la società e i suoi difensori richiesero nel corso del processo sportivo del 2006.

E' chiaro che, dopo la presa di posizione ufficiale della Juventus - la prima in quattro anni - avvenuta ieri attraverso il sito ufficiale, non serva essere deficienti per capire che di sostanza, in quelle parole, ce n'è davvero pochina. Perché lo capirebbe anche un deficientissimo.
E che a preannunciare l'imminente uscita allo scoperto della Juventus fosse stato proprio lo stesso orsetto patteggione della famosa estate calda, ieri l'altro, non lasciava presagire nulla di buono.
Facciamo un passo indietro, 17 luglio 2006. Intervistato da Giorgio Ballario per La Stampa, l'avvocato Cesare Zaccone disse:
"I tifosi possono dire e pensare ciò che vogliono, io rispondo solo ai miei clienti, che sono pienamente soddisfatti del mio lavoro, anche se non del risultato ottenuto davanti alla Caf, è ovvio".
Lo stato d'animo di chi scrive, sia detto senza ironia, è assai simile a quello che per alcune settimane, allo scoppio di Calciopoli, non lasciò spazio a null'altro che allo smarrimento e allo sgomento dinanzi a uno scenario del quale non era possibile capire quasi nulla.
Lui, l'orsetto, si è sempre detto offeso da chi ha interpretato la linea difensiva tenuta nel procedimento sportivo del 2006 come un patteggiamento, che poi significava ammissione di colpa; riuscendo a mantenere anche in questo, cioè nella comunicazione verso i non clienti, in una situazione così delicata e contraddittoria, una posizione netta e indecifrabile allo stesso tempo. Ché alla fine, malgrado i clienti, volere o volare una risposta ai tifosi bisognava pur darla.
Fidarsi di un ritrovato - anzi, trovato e basta, non avendone mai avuto - orgoglio juventino da parte ell'erede pallido, a rigor di logica ispiratore o quantomeno assenziente in questa uscita allo scoperto ufficiale di Corso Galfer sulla vicenda Calciopoli, sarebbe da sciocchi. La noncuranza mostrata in questi quattro anni da Giovanni Filippo Giacobbe verso ogni vicenda bianconera che non fosse imposta da un minimo di decenza nei confronti della tradizione di famiglia basta, per forma, sostanza e reiteratezza, a far da indizio, prova e corpo del reato.
Dall'altra parte del muro, il Milan dei Berlusc-ani Galliani e Meani offre solidarietà ai cugini etici e onesti che non telefonavano mai "piaccia-o-non-piaccia-alle-difese-degli-imputati", ritenendo fuori luogo e improprio tirare in ballo lo scudetto del 2005/2006. Meglio non rovistare nella spazzatura. Sì che loro, i rossoneri, Calciopoli "l'hanno già pagata" (con la Champions League), ma mica vorremo intaccare l'immagine di ani e nani. Da tirare in ballo eccome, invece, e in fretta, quello 2005/2006, azzeccatamente definito "di merda e di cartone" da Giampiero Mughini nella bellissima prefazione del libro "Che fine ha fatto la Juve?". Il nostro libro. Senza falsa modestia, un libro scritto con molto cuore ma con altrettanta analisi da gente che, di quanto emerso in questi giorni su tv e giornali, parla a ragion veduta da quattr'anni.
E se non fosse per il ribrezzo che mi dà il solo pensare a un complimento di Moratti, che tale non vuole essere ovviamente, ci sarebbe di che essere orgogliosi, oggi, per tutti noi "popolo del web", per tutti noi "pinguini da tastiera", nel sentire che secondo lui, secondo loro, gli Onestissimi a prescindere, la Juventus si starebbe muovendo solo perché spinta dalla piazza. Una piazza virtuale, aggiungo, anche se poi tanto virtuale non è, mi pare.
Ad oggi c'è da ritenere che saranno ancora Eredi e Orsetti a orientare il nostro futuro, più delle prescrizioni sportive o delle sentenze ordinarie di Napoli. Tagliamo corto: preferirei affidare la cabina di un biplano a Lapo Elkann e farmici portare in giro per New York legato sulla coda, piuttosto che vedermi ancora in pasto agli equilibrismi dialettici dell'avvocato con la faccia da banconota da mille lire, capaci di rispondere "presente!" sia ai clienti che ai tifosi. Che poi, è ciò che è successo ieri.
I famosi fatti nuovi per ridefinire certe sentenze sportive, come previsto dall'art. 39 del C.G.S., ci sono già. Senza tanti "eventualmente", la rilevanza del materiale emerso in questi giorni, ad esclusione della santità dei protagonisti, c'è eccome. Esercitino la "più accurata tutela della Juventus e dei suoi tifosi", vivaddio, ma non come hanno "sempre fatto". Trovino nuove strade, ovvero quelle di sempre, le uniche, battute per decenni e fino a quattro anni fa da chi li aveva preceduti.
La merda e il cartone sono poca cosa, certo, dinanzi alla miseria nella quale siamo stati ridotti, lo sappiamo benissimo e non molliamo di un millimetro.

Ma da qualche parte bisogna pure cominciare, e cominciare da lì, piaccia o non piaccia alla difesa degli imputati, si può. Anzi, si deve.

lunedì 5 aprile 2010

Chi chi chi, co.co.co., gulu gulu gulu gulu gu- qua qua.



Quello che parla con il co.co.co. Leonardo Meani, addetto agli arbitri degli eterni impuniti del presidente Silvio Berlusconi, è il designatore Pierluigi Collina.
Il dettaglio, giusto un dettaglio, è che ai tempi di questa telefonata Collina arbitrava ancora. Se sarebbe diventato o meno designatore, in quel momento non lo sapeva nessuno. Tranne, forse, chi lo incontrava di nascosto, nel giorno di chiusura, nel ristorante Lodigiano dello stesso Meani.

A presto.

venerdì 2 aprile 2010

Loro non telefonavano.


Leggi l'articolo su Juventinovero.com (QUI)

P.S. La perla di giornata ce l'ha comunque regalata, ieri, Maurizio Mannoni del Tg3. Interista, certo, ma giornalista tutto d'un pezzo.
Intervenendo a RadioRadio, ha risposto così a chi gli domandava cosa pensasse della sparizione/apparizione delle telefonate rimaste "nascoste" per quasi quattro anni: "Se nessun giornale importante ne parla ci sarà un motivo, no? Ne parla solo Tuttosport. Qua sembra che, dopo essersi mangiata tutte le galline, adesso la volpe voglia pure le chiavi del pollaio".

Io non gli ho mai dato del cretino, pertanto mi ritengo in credito.

martedì 30 marzo 2010

Ostellino ritorna su Calciopoli.


Da juventinovero.com:

Gli ultimi sviluppi del processo di Napoli fanno discutere. Così abbiamo chiesto a Piero Ostellino, che già in passato ci aveva concesso una gustosissima intervista, di tornare a parlare di Calciopoli e della stampa italiana.

Direttore, abbiamo letto con piacere la Sua intervista su Calciopoli rilasciata a Tuttosport. Le ammissioni di Auricchio in tribunale, riguardo ai pochi riscontri effettuati, e alle fonti con cui si sono accertati i fatti, tra cui spiccava la Gazzetta Dello Sport, hanno sconcertato anche Lei?
Più che sconcertato mi hanno letteralmente scandalizzato, perché il colonnello che aveva il compito di andare a vedere le partite per vedere se fossero truccate, in realtà non ci andava e leggeva i giornali, e quindi come inquirente lascia parecchio a desiderare.
Ma c'è un aspetto ancora più preoccupante: poiché lo stesso colonnello Auricchio... (continua a leggere su juventinovero .com)

lunedì 29 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/16.


La leadership, così come il coraggio, se non ce l'hai nessuno te la può dare. Ecco perché ieri la partita io l'ho vista dal mio solito posto al Comunale. Non avrei nessun problema a disertare lo stadio, specialmente in momenti come quello che in casa nostra dura da qualche anno, anche perché non c'è niente di più semplice. Basta non abbonarsi. Ma a queste condizioni, se mi abbono, entro.
E le condizioni attuali sono quelle in cui si dice di puntare al bersaglio grosso ma poi si insultano (e si "scappellottano") i giocatori. La dirigenza, tutta, e di conseguenza la squadra, sono frutto delle scelte di qualcuno che sta più in alto, e quel qualcuno ha tre nomi e un cognome: John Jacob Philip Elkann.
La retorica della maglia da difendere, che certo non ho inventato io, non può essere una razione K da sgranocchiare solo in caso di necessità. In un momento come questo, sulla squadra dovrebbe calare un silenzio di tomba e nulla più, perché mai come adesso la squadra rappresenta il dito dei nostri problemi, non la luna.
Dichiarare di voler prendere la Bastiglia non basta, tanto più se a dichiararlo sono gli stessi che solo due settimane fa avevano condito Juventus-Siena come segue: riapparizione degli striscioni in curva; cori contro la dirigenza, zero; cori contro Giovanni Filippo Giacobbe, meno di zero. Verso il campo, invece, la margherita del t'amo/non t'amo perdeva petali a più non posso, senza interruzioni, con le solite valanghe di merda per chi sappiamo e le solite ovazioni isteriche per chi sappiamo. Ecco, se per prendere la Bastiglia devo seguire questi leader, io allo stadio entro.
Dice il saggio: "Gli striscioni contro Elkann non li lasciano entrare". Albergo. Con tutti i vaffanculo che ti porti per Cannavaro, vuoi farmi credere che un migliaio per John Elkann non ti avanzerebbero, se solo volessi? E' che la leadership, così come il coraggio, se non ce l'hai nessuno te la può dare.
Ciò che è peggio, piuttosto, è che per poche decine di persone che fino alla Bastiglia ci vorrebbero arrivare, sì, ma solo per raccogliere gli ennesimi avanzi lanciati fuori dalle finestre, ci sono tanti, troppi seguaci pronti a sostenere le idee degli altri senza sapere nemmeno loro il perché o il per come. Chiunque, tra questi, desideri assistere a un futuro della Juventus il più possibile conforme a quello che la storia ci ha cucito addosso per oltre cent'anni, farà meglio a cominciare a far di conto su come potrà essere il nuovo stadio-bomboniera, vero e proprio D-Day del nostro futuro, se a organizzare lo spettacolo che tutti vorremmo vedere saranno ancora il principino pallido dal triplice nome e la sua squadra di mediocri collaboratori multinazionali. Questo, solo questo, è il punto.
Il tempo stringe. I brasiliani, i traditori e i brocchi passeranno. Finanche gli immortali con la claque in stile Valentino Rossi, che ci crediate o no, presto o tardi finiranno di rompere i coglioni con le palettine mentre la nave affonda o, se preferite, di estasiarci alla ricerca del gol numero chi-lo-sa per superare Pippo Inzaghi. Dipende dai punti di vista.
Resterà uno stadio bellissimo da riempire. La vedo dura. Perché andare allo stadio, domani come oggi e come sempre, costerà, e - credetemi - se dallo stadio togli tutti quelli che per entrarci spendono dei soldi (e tanti), lo stadio resta vuoto, senza nemmeno il bisogno di mettersi d'accordo prima.

Il tempo stringe, eccome se stringe. Love Juventus. Hate Elkann.

lunedì 22 marzo 2010

Giovanni Filippo Giacobbe.


Salve, mi chiamo Giovanni. Come mio nonno. Perché quella di appioppare ai nipotini il nome del nonno è un'usanza assai diffusa. Lo fanno i ricchi, lo fanno i medi, lo fanno i poveri.
Io, per esempio, sono ricco. E sono giovane, il che di sicuro segna ancor più punti a mio favore. Sai che forza essere ricchi sfondati a novant'anni. Io invece sono giovane e sono già ricco, ricchissimo. Ho cominciato presto a usmare la vita. Ho studiato all'estero, ho studiato in Italia, ho studiato ovunque. Ho assorbito la linfa del comando fin da piccolo, perché quello era il mio destino. Come me ne nasce uno ogni cent'anni. Più crescevo e più imparavo, più imparavo e più volevo crescere. Insomma, più crescevo e più crescevo. Come le formichine, raccoglievo e accatastavo. Formica, non cicala.
Poi, un giorno, mio nonno è morto e mi ha lasciato qualche miliardo di euro. Per cui la quale, cicale cicale cicale. Io sono giovane e ricco, ricco sfondato. Perché come me ne nasce uno ogni cent'anni.
Salve, mi chiamo Filippo. Cioè, mi chiamo "anche" Filippo. Perché quella di appioppare ai figli più di un nome è un'usanza assai diffusa. Anche questo lo fanno i ricchi, lo fanno i medi, lo fanno i poveri. Tanto i nomi mica costano. E poi, se anche fosse, a me che volete che importi? Ricco come sono, avrei potuto scegliermene un oceano, di nomi. Certo mi sarebbe anche piaciuto avere un sacco di cognomi. La vera nobiltà la riconosci dai cognomi, mica dai nomi. Tipo la Serbelloni Mazzanti Viendalmare, quelle robe lì. Io di cognome ne ho uno solo, che manco c'entra con quello di mio nonno. Così, per non saper né leggere né scrivere, ne ho sposata una, di quelle robe lì.
Salve, mi chiamo Giacobbe. Sì, sono sempre io. Perché quella di appioppare ai figli più di un nome è sì un'usanza assai diffusa, ma mica i nomi si tirano su a sorte. Se sei povero tuo figlio lo chiami J.R., Sue Ellen o Diego, come Maradona. Se sei medio lo chiami come il nonno paterno e la nonna materna e la bisnonna materna o paterna e la zia del nonno materno che è rimasta schiacciata sotto il trattore quando era piccola. Se sei ricco, invece, tuo figlio lo chiami con il nome del tuo faro esistenziale. La tua stella polare. Il mio nome significa "colui che soppianta", ovvero fotte il posto a qualcun altro senza tanti complimenti. Ma io non ho fottuto niente a nessuno. Io sono un predestinato, come me ne nasce uno ogni cent'anni. Non posso essere io quello che soppianta.
E infatti mi chiamo Giacobbe, è vero, ma non per le ragioni che credono i maligni. Io mi chiamo Giacobbe come Sandro Giacobbe. Uno che ha fatto cose per nulla memorabili, diciamo pure mediocri, trenta e più anni fa. Eppure, se provi a chiedere in giro, c'è ancora chi se lo ricorda. Io prigioniero, Gli occhi di tua madre, quelle robe lì. In pratica, gli eponimi della mia vita.

Love Juventus. Hate Elkann.

lunedì 15 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/15.


L'ennesimo pomeriggio di un giorno da (El)cani comincia con lo speaker dello stadio che annuncia l'ordine di arrivo del Gran Premio di Formula 1. L'ovazione è "bicamerale", ovviamente, dalla nord alla sud, così come i fischi per Schumacher arrivato sesto. Tradimento: non sia mai. Viva le rosse di Montezemolo, invece, che il tradimento, lui sì, non sa manco dove stia di casa.
Non c'è verso. Al tifoso juventino non basta nemmeno essere arrivato per la prima volta in cent'anni nella condizione di non avere un futuro, per riuscire a discernere tra "un" passato e "il" passato. Questo in sede lo sanno, eccome se lo sanno, e ci scommetto un incisivo di Grygera che non è un caso che lo speaker dello stadio sia diventato - maledizione a loro, maledizione a noi - la brutta copia di Carlo Zampa. "Per la Juventus ha segnato il suo gol numero trecento... il Nostro Capitano!" eccetera eccetera.
Il mio non è bastiancontrarismo. E' solo che relegare il passato di Alessandro Del Piero - grandissimo, sia chiaro - insieme a quello di tanti altri, e non al rango di Storia della Juventus, dovrebbe essere normale.
Del Piero è una mattone, non la casa. E l'essenza di ciò che scrivo sta tutta in quel pallone che, sul 3-2 e con la squadra in evidente calo fisico, non diventa il più facile degli assist per Trezeguet che probabilmente avrebbe chiuso la partita. No, il Capitano si incaponisce a cercare il gol numero trecentodue, puntando e sbattendo contro a un difensore dell'ultima in classifica come Fantozzi e Filini nella mitica sfida tra scapoli e ammogliati.
Forse sarebbe facile, e anche comodo, puntare il dito contro il terzino destro "che tutto il mondo ci invidia" (sms di un un carissimo amico dopo il primo gol del Siena), e magari anche contro chi lo manda in campo, per spiegare l'ennesima figura di merda di questa ennesima stagione di merda. Ma non ho perso ore e ore di sonno a cercare di capire chi e cosa ci abbiano portati fin qui per giungere alla conclusione che la Juventus dei fuoriclasse, del lavoro, della mentalità vincente, e soprattutto dell'"ognuno stia al proprio posto", la mia Juventus insomma, tutto ciò l'abbia smarrito solo per colpa di qualche mezzo giocatore e dei suoi orrori.
Al limite, giusto per continuare a scomodare i santi, faccio notare una cosa. Quel terzino ceco che tutto il mondo ci invidia venne consigliato alla Triade, poco meno di una decina di anni fa, da un certo Pavel Nedved. Ora, senza volere infierire sul fatto che una dirigenza seria un simile bidone non l'avesse manco preso in considerazione, la domanda è: come ve lo spiegate voi? Tutto scemo, il Drago di Cheb? O mica che Raiola, o chi per lui, ci covasse?
Tant'è che, filosofeggiamenti a parte, alla sostituzione di Del Piero si sfiora la rissa tra juventini seduti nel mio settore. "Non ci dà più". "Che cazzo dici, ne ha fatti due!". Interviene un terzo incomodo, seduto un po' più in là, e ovviamente si rivolge al primo: "Hai già detto abbastanza cazzate, sarà meglio che stai zitto". Fine delle trasmissioni.
Siamo talmente ancorati a certi eroi del recente passato da non riuscire a vedere le ombre lunghissime dentro le quali si sta incamminando il nostro futuro. Tutto questo mentre a Manchester, dopo un 4-0 rifilato al Milan dei Meravigliosi in Champions League e un giusto, giustissimo, ma intenso quanto breve tributo all'ex David Beckam sul prato verde di Old Trafford, sventolano le sciarpe giallo-verdi del Newton Heath per alzare un mulinello di vento e vergogna che possa portarsi via i neo-proprietari americani tutti in Red (in banca) e manco un po' Devils (nel cuore).
Da noi, a Torino, sono tornati gli striscioni, e di petardi in curva nemmeno l'ombra. Bene, anzi benissimo. Si festeggiano i trecentouno gol di Del Piero. Si festeggia il tabellone quando il Palermo va sotto a Udine. Si aspira al quarto posto discettando di tradimenti e samurai.

E di cori contro la dirigenza nemmeno l'ombra. Ecco, questo è male. Anzi malissimo.

venerdì 12 marzo 2010

Che fine ha fatto la Juve?

venerdì 5 marzo 2010

Consigli per gli infedeli.


Ovvero: come sfangare una squalifica sicura.

Le nuove norme anti-bestemmie introdotte dalla Federazione hanno lasciato sul campo di battaglia le prime vittime. Capiamo benissimo che il mondo del calcio non possa essere esente dai princìpi che regolano la convivenza civile in ogni settore, uno dei quali è senza dubbio la scelta delle priorità.
Se il mondo del calcio italiano vive un momento generale non certo tra i migliori della sua lunga storia, gran parte di questo declino è da attribuire allo svacco morale sul quale troppi protagonisti, in campo e fuori, si sono adagiati impunemente da tempo.
Non è tanto un problema di bilanci sfondati, di società - magari decotte da anni - tenute in vita solo grazie alle pressioni politiche esercitate verso i creditori, di regole ad "assetto variabile" a seconda di chi le infrange, di livello tecnico da movimento di serie B e di livello dirigenziale e federale da movimento di serie C. Certo, questi dettagli sono migliorabili, come tutti i dettagli, ma il cuore del problema era e rimane uno soltanto: le bestemmie in campo.
Come sempre pronti a destabilizzare l'ordine costituito, ecco allora che proponiamo ai tesserati del Bel Paese un breve compendio aggira-normativa, ad uso e consumo di chiunque voglia continuare a dare impunemente sfogo alla propria blasfemia. Dai, distruggiamolo il giocattolo, una volta per tutte. Colpendolo al cuore.
All'arbitro che vi mostrerà il meritato cartellino rosso, replicate senza indugio trincerandovi dietro all'accorata difesa di uno - o anche più di uno - dei vostri "credo" esistenziali. Fateli vostri, è gratis.
Ecco alcuni esempi assortiti:
1. Il classico: porco ZIO! Ho detto porco ZIO!
Ovvio che se vi chiamate John e avete ereditato una fortuna dal nonno materno, la cosa risulterà subito più credibile. Comunque ottima in caso di questioni familiari e/o di successione aperte con parenti più o meno stretti.
2. Il filo-americano: porco BIO! Ho detto porco BIO!
Ostentate la vostra passione per il fast food made in USA, ricco di grassi, salse, fritti, bevande gassate e ortaggi OGM, in assoluta antitesi con i cibi biologici in voga nell'agriturismo imperante. Sinceratevi che l'arbitro sia etero, dopodiché, per un risultato certo, potrete anche aggiungere "Sono arrivato in Nazionale a colpi di hamburger e muffin, sa?, altro che carotine, fragoline e biscottini per froci".
3. Trauma infantile: porco MIO! Ho detto porco MIO!
Giustificatevi scaricando tutto su vostra madre, colpevole di avervi ingozzato, dai sei ai dieci anni, di minestrina impastata con il terrificante formaggino quadrato della Nestlè. Fingete di volervi abbassare i calzoncini per mostrare anche uno sfogo cronico sui testicoli - che direte diagnosticato dal pediatra molti anni prima - provocato dall'eccesso di conservanti. Difficilmente il direttore di gara non si accontenterà della vostra spiegazione, lasciando così correre.
4. Nella vecchia fattoria: porco, ADDIO! Ho detto porco, ADDIO!
Qui sarà determinante la dose di talento holllywoodiano che saprete sfoderare, segnatamente facendovi scendere sulle guance, singhiozzando, alcune lacrime di disperazione. "Il maiale che avevo in cortile da anni - direte all'arbitro - è stato inviato al macello comunale dal proprietario della cascina dove abitiamo con i miei figli. Mi ci ero così affezionato, sapesse i bambini poi... gli mancava solo la parola...", e giù a piangere disperato. Non sempre efficace, ma con direttori di gara nati e cresciuti in aperta campagna può avere effetti inaspettati.

Nota: invertendo l'ordine dei fattori, il risultato non cambia. Il porco può stare sia davanti che didietro, e voi gabbate la sanzione. E' matematico.

lunedì 1 marzo 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/14.


L'importante è che la creatura cresca a piccoli passi ma costantemente, va ripetendo Zaccheroni da quando è arrivato. Si dà il caso che lo pensasse anche la mamma di Miccoli, quando suo figlio era alto poco più di un metro e frequentava la prima elementare; ma se lo guardi - e ancor più se lo senti parlare -, a trent'anni suonati, ti accorgi subito che sperare, a volte, non serve a nulla.
Non importa se sei un bimbominkia dei forum o un minkiacapitàno di lungo corso: oggi, mi perdonerai, mi rivolgo a te. Uomini e infortuni alla mano, difficilmente il lavoro di Zaccheroni potrà dare qualcosa in più a qualcosa che non esiste. Sebbene per un tempo la Juventus abbia addirittura macinato un po' di gioco, come quasi mai le era capitato quest'anno, alla fine è toccato ai pochi tifosi ospiti presenti al Comunale l'onore di salutare Torino, ancora una volta, sulle note di "Tutti a casa alé" e "Lo scemo non canta più".
Senza spostare di un millimetro l'attenzione dai veri responsabili di questa nuova era a strisce bianconere, vista Juve-Palermo penso sia comunque giusto, per onestà intellettuale, fare tre considerazioni sull'ennesima esperienza horror vissuta in riva al Po.
Diego/1. Dopo la partenza-lampo nella doppia trasferta di Roma - parliamo di sei mesi fa - è diventato sempre più la parodia di se stesso, con picchi di inutilità che ne consiglierebbero l'utilizzo come addobbo da panchina almeno per qualche settimana. Ieri sera, l'ennesima prova insignificante. Saltella e rimbalzella per il campo come l'orsacchiotto del tiro a segno, gioca la palla sempre e solo in orizzontale, non tira mai in porta salvo sporadiche occasioni nelle quali risulta letale come il morso di un centoduenne senza dentiera. Non serve alle punte, rompe le palle ai centrocampisti e manda affanculo i difensori (su questo punto fatevi un nodo al fazzoletto, ci torniamo tra poco).
Del Piero. La storia e la gloria non si discutono, ma parliamoci chiaro: se bastassero per essere immortali Bettega giocherebbe ancora, e - anzi - questi di oggi potrebbero serenamente andare, tutti in blocco, a coltivare fave in Val Varaita. Tre partite in otto giorni, per il Del Piero del 2010 dopo Cristo, sono utili solo a sfregiarne il ricordo di quando scriveva la storia e, se possibile, renderlo patetico, come in effetti è stato contro il Palermo. Mi sono tolto lo sfizio di seguirlo per lunghi tratti, è uno dei pochi vantaggi che ti dà il vedere la partita dal vivo rispetto alla tv. E' bolso, appesantito, prevedibile, e quel che è peggio è che nessuno di questi dubbi sembrano sfiorarlo. Su quest'ultimo aspetto, minkiacapitàni di tutto il mondo, meditate. E meditate bene. Qualcuno deve pure avergli rubato il collo. Cazzo, Del Piero è senza collo. La testa ormai incassata nelle spalle, cammina per il campo come certe punte sovrappeso negli incontri di calcetto tra colleghi di lavoro. Sono pronto a scommettere che non veda l'ora di calcare il campo del nuovo stadio, estate 2011. Qualcuno gli avrebbe dato il benservito nel 2006. Mettete a confronto le due Juventus, di oggi e di allora, e tirate le somme che vi pare.
Diego/2. Contro l'Ajax, giovedì scorso, è uscito dal campo con il muso lungo. Ieri sera, sciogliete pure il nodo al fazzoletto, a Cannavaro che gli intimava di sbrigarsi a uscire dal campo per il cambio, ha detto di andare, appunto, affanculo. Possibile che tra Luciano Moggi e Alessio Secco non esista l'anello di congiunzione tra l'uomo e la scimmia, tra il Direttore perfetto e l'addetto alla cancelleria? E che questo anello di congiunzione, se mai esistesse, non possa essere ingaggiato per occuparsi di mettere un po' d'ordine nello sconquassatissimo spogliatoio della Juventus? Trovatemi un solo caso, nella storia recente della Juventus, in cui lo stesso giocatore si sia permesso di fare lo stupidotto due volte in tre giorni, davanti alle telecamere, per via di una sostituzione. E trovatemi un solo caso, sempre nella storia recente della Juventus, in cui un giocatore bolso e senza collo fosse titolare a dispetto dei santi e, anzi, con il benestare adorante dell'allenatore.

Ecco, bimbiminkia e minkiacapitàni, che per un retropassaggio suicida di Grygera a Manninger avete, come al solito, insultato Cannavaro il reietto. Meditate.

mercoledì 17 febbraio 2010

Che fine ha fatto la Juve? - Il libro di Ju29ro.com


Dopo che Giampiero Mughini l'aveva anticipato in TV era un segreto di Pulcinella, ma finalmente siamo lieti di dare l'annuncio ufficiale: ju29ro.com sbarca nelle librerie, sia in quelle fisiche che nelle virtuali.

"Che fine farà la Juve?" cominciammo a chiederci quasi quattro anni fa, durante l'estate del grande scandalo del calcio, allorché, increduli per le bordate senza possibilità di contraddittorio di giornali e in tv, ci rivolgemmo al web per condividere prima i dubbi, poi le certezze, e infine la rabbia non per Calciopoli o Moggiopoli, ma per Farsopoli, la grande farsa, l’eliminazione di un competitore del sistema per via giudiziaria.
Col passare dei mesi, col trascorrere degli anni, quella domanda iniziale ha iniziato a coniugarsi al passato. "Che fine ha fatto la Juve?".


Il libro è un diario di questi ultimi anni e... (continua a leggere su Ju29ro.com)

lunedì 15 febbraio 2010

Due Trilli da Corso Agnelli / 13


La conferma definitiva mi è arrivata a pochi minuti dall'intervallo, credo fosse il 40' o giù di lì: "Papà, quando finisce il primo tempo?".
In quel momento mi è passata davanti agli occhi tutta la vita. In settimana avevo avuto le prime avvisaglie, quando conversando durante il pranzo mio figlio mi aveva detto che, forse forse, stava pensando di diventare interista pure lui, come quel suo compagno di scuola che "mi ha detto che la Juve perde sempre". Io, non per vantarmi, ero partito benissimo in contropiede, e avrei concluso anche meglio se la mano di mia moglie non mi avesse tappato la bocca prima di trascinare via nostro figlio come le guardie del corpo di un Capo di Stato durante un attentato. "Ah sì? Ma pensa... e tu dì al tuo compagno di chiedere a suo padre cos'ha fatto negli ultimi vent'anni, a parte prendere scoppole a ripetizione, quella grandissima test..."e qui, appunto, sono arrivati il black-out audio e la fuga.
Questione di pochi istanti, gol di Amauri e allarme rientrato. In realtà il Trillino si stava divertendo, solo non vedeva l'ora di andarsene un po' al bar dello stadio per non dover più sentire i botti delle bombe carta lanciate dai tifosi genoani verso la curva nord.
Siccome il tiro al tifoso juventino, evidentemente, non è più solo un'esclusiva della vulgata mediatica secondo la quale siamo diventati la peggio tifoseria d'Italia, staremo a vedere se il biglietto nominativo, le telecamere a circuito chiuso, gli steward, le riprese televisive e le facce da cretini dei grifo-granata con un debole per le miccette sapranno compenetrarsi a dovere sino a dare un nome e un cognome agli idioti aglio e basilico saliti in massa dalla riviera. La coppa Volpe, nel frattempo, io mi permetto di proporla al deficiente che, forse dopo anni e anni passati sui biliardi delle fumose taverne di via Prè, è riuscito a sparare un bengala contro la tettoia dello stadio facendolo rimbalzare a scheggia nello stesso settore dal quale lo aveva lanciato. Un "dai e vai", in pratica, che nemmeno Zebina e Amauri in stato di grazia.
Tra le millecinquecento ragioni per cui vorrei rivedere il simpatico grugno di Antonio Giraudo sul ponte di comando della mia squadra c'è anche la sua vecchia idea secondo la quale, nel nuovo stadio, si sarebbero potuti avere abbonati juventini in ogni settore, e tutti gli altri (gli ospiti) a casa a vedersele in tv. Che tempi, quei tempi; la conferma l'ho avuta al 40', appunto, o giù di lì.
E per concludere, detto di chi non salta Balotelli ma sfascia i seggiolini, passiamo finalmente alle note davvero goderecce. Il secondo rigore inesistente su Alex Del Piero, dopo quello contro la Lazio, lascia l'amaro in bocca. Perché il rigore inesistente, che ha sempre rappresentato la sublimazione orgasmica dei pomeriggi calcistici da quando seguo la Juve, nelle mani di una squadra disperata com'è la nostra di oggi dà una sensazione di incompiutezza, quasi di blasfema dilapidazione. Se vincere rubando è il massimo, rubare senza vincere fa un po' sfigatelli.
Dovendo fare di necessità virtù, dunque, e in attesa di tornare all'antico, accontentiamoci per ora di ammirare e ascoltare le litanie dei Gasperini frignanti. Però è chiaro che non possa bastare.

Guardo Del Piero sul dischetto: tiro, gol. Ok, ma... che fine ha fatto la Juve?

lunedì 1 febbraio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/12.


La partita non era di quelle da prima fascia, sarà per quello che sui seggiolini del Comunale non ho trovato ad attendermi la solita copia del giornale salva-lettiera. In compenso, sui seggiolini, c'era una specie di santino elettorale con su scritto "Se ami la Juve sei contro il razzismo. Fatti sentire". E ancora: "(...) Se durante le prossime partite sentirai cori discriminatori verso culture, religioni, etnie, razze o giocatori di colore fai sentire la tua voce e dimostra di essere juventino (...)".
Le due curve, in questo senso, sono state quasi impeccabili, visto che per tutta la partita gli inviti ad andare dove potete immaginare hanno riguardato la dirigenza, Alessio Secco, Alberto Zaccheroni, Fabio Cannavaro e Felipe Melo. Dico "quasi" impeccabili perché, pur nel totale delirio che sembra avere assalito definitivamente la ex miglior squadra italiana (cit. Christian Rocca), trovo piuttosto cretinoide insultare un allenatore che, fino a prova contraria, ha la sola colpa di avere accettato la proposta di sedere sulla panchina della Juventus - d'accordo, di "questa" Juventus, ma di Juventus si tratta, almeno secondo il Registro delle Imprese - presentandosi con una dignità e un'educazione che nulla hanno da invidiare a quelle mostrate dal suo predecessore Ciro Ferrara fino al giorno prima di ricevere il benservito (da altri, mica da lui.) Il problema, semmai e come sempre, sta appunto in coloro che hanno reso possibile, per non dire tragicomicamente inevitabile, questa situazione a entrambi.
Ma ancora più cretinoidi ho trovato i cori di ispirazione San Patrignanese contro Cannavaro, del quale si può pensare ciò che si vuole in merito ai presunti tradimenti e ripensamenti a cavallo di Calciopoli, ma che, soprattutto alla luce di quanto accadde alla Juventus per sette lunghi anni con il processo doping (in una sorta di prova generale di sentimento popolare di massa in vista dello show finale dell'estate 2006), nella fantasia di un tifoso munito di memoria non dovrebbero trovare cittadinanza nemmeno nel momento più basso della storia bianconera. Sarebbe come contestare le brutte prestazioni della Juve al grido di "sappiamo solo rubare". Al limite, se proprio vogliamo trovare un emblema della metamorfosi raccapricciante da Juventus a Borgorosso Football Club, penso di non offendere nessuno se mi permetto di proporre quella specie di Drag Queen dal passaporto incerto che svolazza là davanti senza beccarla da oltre un anno. Ormai è come una papula fra scroto e interno coscia: invisibile e insopportabile.
Detto questo, ben vengano gli inviti a scomparire per il Trifasico e tutti i suoi fidati collaboratori, inviti che sarebbe giusto e doveroso mantenere vivi a prescindere dai risultati dei prossimi mesi, tra l'altro, visto che di danni penso possano bastare quelli fatti finora per i prossimi cent'anni, a prescindere da cosa accadrà in campo. Sì perché anche ieri sera, ahimè, di ciò che è successo in campo c'è ben poco da dire, e quel che è peggio è che 'sta cosa di andare allo stadio per non vedere nulla, purtroppo, sta diventando la norma. Ci si salva con gli insulti.

A proposito di insulti: prima dell'inizio dell'incontro, in mezzo al campo uno striscione recitava: "Vinciamo insieme la partita contro la lebbra". Meno male che è finita 1-1. Hai visto mai che col Genoa ci chiudevano la curva un'altra volta.

lunedì 25 gennaio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/11.


E' troppo bello, non vedo l'ora che sia domenica prossima.
Ho letto che alcuni sfigati senza orizzonti, dopo aver visto Avatar al cinema e aver preso atto dell'inesistenza di Pandora, sono caduti in depressione. Fidatevi: chi come me, da mesi, si fa due ore al Comunale ogni quindici giorni, a Pandora ci farebbe sì e no un po' di galera. L'estasi è a Torino.
La fede è tutto - come disse un mio amico prima di staccare l'anulare a sua moglie con un trinciapollo e sparire in Thailandia - e io, di fede, ne ho avuta a oltranza. Ma ora ho raggiunto il Nirvana, finalmente sono andato in loop con me stesso, un loop che gira alla velocità della luce nel circuito triangolare che ha per vertici lo stadio della Juve, la sede della Juve e il quartier generale della Casa che vende le ruspe reclamizzate dalle maglie della Juve.
Una volta assimilato tutto questo, ogni cosa di quelle due ore diventa tantrico. Sabato sera, per esempio, non ho nemmeno dovuto attendere di vedere il centro del prato verde illuminato dalle movenze sinuose di Amauri né le corsie esterne solcate dalle lame taglienti come il diamante di Grosso, per entrare in loop.
Mi avvicino al tornello di ingresso con in mano l'abbonamento, la carta d'identità, il portafogli, e i guanti in bocca. Il tipo addetto alle perquisizioni, un ometto di mezza età inequivocabilmente in loop, ma tanto tanto, mi indica col ditino di fermarmi.
Il pensiero che mi attraversa è "cazzo vuole?", ma con i guanti in bocca non riesco a spingermi oltre un "Hò-a-hè?".
Quello mi si avvicina, con un sorrisino da loop che più loop non si può, e mi sussurra - ve lo giuro, potessi morire mentre lo scrivo -: "Sei pulito?".
Non riesco a fare due cose contemporaneamente, è un mio limite, e vi lascio immaginare l'imbarazzo della scelta e il dolore che mi provoca il non sceglierne nessuna, delle risposte che mi vengono in mente in quella frazione di secondo. Ma se gli rispondo, lo so, poi esco dal loop, così lo fisso e basta. Mi sputo i guanti sugli avambracci che oramai sembro una foca del circo, fra abbonamento, carta d'identità, portafogli e a far da tettoia al tutto, appunto, i guanti. Lui fa un dondolino avanti e indietro con il corpo e le manine a mezz'aria, tipo Stenmark al cancelletto di partenza, poi mi palpa la tasca destra del giaccone e fa (ce l'avete presente l'assistente sociale seduto sul letto a casa di Alex, dopo la notte brava dei Drughi in Arancia Meccanica?) : "Sigarette, sì?", e io: "Sigarette, sì.", e lui: "Accendino, no?", e io: "Accendino, no."; lui mi sorride sornione come a dire: "Chi vuoi prendere in giro... e come le accendi le sigarette se non hai l'accendino?"; io gli sorrido sornione come a dire: "Come vuoi che me le accenda le sigarette senza accendino, coglione, con i fuochi fatui della Juventus?". Ma il suo loop è più forte del mio, evidentemente, tant'è che vince lui: "Ok, passa pure". Secondo me è di Chambery.
Poi, una volta dentro, perdiamo di nuovo, ma cosa me ne frega... io sono in loop, e l'appetito vien mangiando. Secondo me, possiamo perderne ancora.

E' troppo bello, non vedo l'ora che sia domenica prossima.

domenica 24 gennaio 2010

24 gennaio.


Ho fin pensato: e se fosse che ogni volta che lui si rivolta nella tomba la Juve perde?

Naaa... ne abbiamo perse troppo poche. Ci dev'essere dell'altro.

venerdì 15 gennaio 2010

Il Negoziatore.


Parma, 14 gennaio 2010.

"Salve"
"Buongiorno... Prego, desidera?"
"Cerchiamo di far presto. C'è nebbia e voglio rientrare prima che faccia buio"
"Cerchiamo di far presto a fare cosa?"
"Il ragazzino: è già pronto?"
"Temo di non capire... Lei chi è, scusi?"
"Piacere, Alessio Secco".
"Ah. E il signore qui chi è?"
"E' il notaio".
"Ah... e cosa deve fare, un rogito?"
"Spiritoso..."
"Compra casa a Parma, signor Secco?"
"Non mi fa ridere, sa? Firmiamo 'sti fogli e facciamola finita. Voglio rientrare prima che faccia buio"
"Quali fogli?"
"Le ho già detto che non mi fa ridere"
"Tu sì però"
"Bella battuta, però adesso basta. Chiudiamo la pratica per Lanzafame e arrivederci"
"Lévati dal cazzo"
"Prego?"
"Ho detto lévati dal cazzo"
"Ah, allora avevo capito bene. Notaio, andiamo"

In auto, di ritorno verso Torino.

"Pronto, Roberto?"
"Eccomi. Tutto a posto?"
"Non hanno voluto darci il ragazzo"
"Cosa?"
"Tranquillo, se ne accorgeranno. Li ho messi sull'attenti che non si sentiva volare una mosca"
"Ma..."
"Scusa ma devo attaccare, c'è una pattuglia. A dopo"

"Non potrebbe almeno comprarsi un auricolare?"
"Ce l'ho l'auricolare, Notaio. Ma l'ho dimenticato in macchina"
"Siamo, in macchina, deficiente"
"Cosa?"
"Deficiente"
"Ah, allora avevo capito bene"
"Ne dubito"
"Lo so benissimo da dove proviene tutto questo livore, glielo leggo negli occhi"
"Guardi la strada, deficiente"
"Era tutto calcolato, sa? Cosa crede? Che sarà mai Lanzafame? Che se lo tengano pure, quei pezzenti"
"Ha saltato l'uscita, deficiente"

lunedì 11 gennaio 2010

Un Trillo da Corso Agnelli/10.


Esonerare Ferrara sarebbe sbagliato per una sola ragione, ovvero perché sancirebbe la vittoriosa conclusione della risibile campagna promossa da Lupo De Lupis Paolo De Paola, l'ex vice direttore della Gazzetta dello Sport ai tempi di Calciopoli e attuale direttore di Tuttosport.
Certo, la scelta di Ferrara è da imputare interamente alla dirigenza incapace di dirigere del duo Jean-Claude Blanc-Alessio Secco e quindi criticabile a prescindere. Ma, proprio per questo, un giornale degno di tale nome dovrebbe avere il coraggio di puntare l'artiglieria pesante contro il bersaglio grosso, anziché lavorare ai fianchi un uomo che, comunque andrà a finire la sua storia, avrà già da fare i conti con una carriera praticamente abortita e bruciata senza mai cominciare.
Il rovescio della medaglia, però, ragionando al di fuori delle edicole, francamente rende impossibile trovare ancora delle giustificazioni e un senso alla permanenza di un allenatore che non è riuscito, nell'arco di sei mesi e di un intero girone di campionato, a dare uno straccio di credibilità alla propria squadra. Oltre al nulla tecnico-tattico, radio cazzi degli altri sostiene che a Vinovo volino spesso e volentieri paroloni e scapaccioni, e questo - più ancora dei pessimi risultati di gioco e classifica - non è uno scenario accettabile.
Vista la mancanza di alternative credibili per l'innesto di una nuova guida a metà gennaio, oltre all'ennesima conferma di essere diventati la nuova Inter che una mossa simile significherebbe, chiedo almeno che la conduzione tecnica della Juventus venga affidata, da qui a maggio, al vice Maddaloni. Liberarmi dai vincoli affettivi che il passato di Ferrara mi impone, infatti, mi darebbe almeno modo di insultare senza freni anche il mister, dato che con Melo e compagnia sono già a buon punto da settimane, davanti a prove indecenti per assistere alle quali ho anche avuto lo stomaco, la scorsa estate, di sborsare quasi quattrocento euro.
In quanto a ieri sera, faccio notare che l'ultima volta che gli Eterni Impuniti (copyright Emilio Cambiaghi) ci avevano rifilato tre pere a zero a Torino, era stato nella primavera del 1991; sulla nostra panchina sedeva Gigi Maifredi, di fronte c'era un Milan che a paragonarlo a questo ci si beccherebbe una denuncia e, nonostante ci sia ancora chi ritiene l'annata 1990/1991 la peggiore della nostra storia recente, allora eravamo - lo ribadisco - a fine stagione. Nel campionato di grazia 2009/2010, al contrario, per aggiornare al ribasso pagine e pagine di record negativi ci sono state sufficienti le prime diciannove partite. Mezzo torneo.
A questo punto viene seriamente da domandarsi a cosa servirà, tra poco più di un anno e mezzo, inaugurare uno degli stadi più chic d'Europa, se a giocarci dentro sarà questa nauseante e patetica creatura che, fino al 2006, portava con un certo orgoglio il nome di Juventus Football Club. Trovare un accordo con il comune di Venaria e Nordiconad per un ampliamento della superficie commerciale, penso, potrebbe essere una buona via d'uscita per evitare di buttare altri cento milioni nel cesso, dopo i circa settantacinque già dati in pasto alla rete fognaria per Amauri, Felipe Melo e Diego.

Insomma, signori dello sfascio, fin che siete in tempo: via quelle tribune, e dentro gli scaffali del detersivo. Per contenere il nulla, uno stadietto piccolo come il Comunale di oggi basta e avanza.